Pesca alla trota in America

Il libro culto di Brautighan “Pesca alla Trota in America” è uno di quei romanzi che nonostante non riesci a capire bene di che si tratta, che non sei sicuro ti piaccia, vuoi continuare a leggere, perché ti diverte da morire. E’ il gusto dello straniante, la voglia di stupirsi, di dire “vediamo cosa si inventerà nel prossimo capitolo – racconto.

Siamo sul genere surreale, e con surreale intendo proprio surreale surreale! Basti pensare che in un capitolo, verso la fine il protagonista entra in un negozio di ferramenta per acquistare un fiume. Si un fiume. Lo vendono al metro, pieno di trote da pescare. In un altro racconto narra di un cane di pezza (proprietà di una vecchia) che va in giro per la città e fa pipì di pezza su lampioni di pezza. E che dire del titolo? Mai visto un romanzo con un titolo del genere. E poi di riuscire a capire che cosa sia questo Pesca alla Trota in America non c’è proprio verso. In un capitolo è un personaggio che si chiama  “Pesca alla Trota in America”, in un altro capitolo è un albergo che si chiama “Pesca alla Trota in Amercia”, in un altro ancora è un’idea, un concetto, in un altro è un sogno.

Si tratta di un libro paradossale, completamente senza senso, ma questa insensatezza è la sua forza di attrazione. Ci vuole personalità (follia?) per scrivere un romanzo del genere.  Certo sapere che ha venduto due milioni di copie lascia alquanto stupiti. Che un libro così sperimentale venda così tanto penso potesse capitare soltanto negli anni ’60 e negli Stati Uniti, dove la gente era disposta a sognare, a lasciarsi andare, sospendendo ogni giudizo e godendosi il divertimento in quanto tale. Temo che ora come ora le cose sarebbero più difficili (ad ogni modo anche in quei tempi le case editrici avevano dimostrato la loro incapacità di leggere i tempi:  Brautighan ci mise sei anni per trovare un piccolo editore disposto  a pubblicarlo. Ma poi il successo fu travolgente).

Forse in un futuro (speriamo non troppo lontano) potrà succedere di nuovo, quando non saranno più gli editori a decidere cosa funziona e cosa non funziona ma saranno direttamente i lettori a deciderlo. Quando non ci sarà più questo filtro imposto e i libri avranno successo per loro stessi e non come conseguenza di una decisione presa dall’alto.

 

Serve ancora l’Editore?

Non può che riempirmi di gioia la superba Lectio Magistralis tenuta a Firenze da Zadie Smith in occasione del Festival degli scrittori – Premio Gregor Von Rezzori.
Riporto questo passo, tratto dall’articolo di Effe all’interno del blog Finzioni, che trovo particolarmente significativo. Sentite quello che dice la grande scrittrice inglese:

“Penso che stiamo entrando in un periodo rivoluzionario d’intimità fra scrittore e lettore. Nessuno dei tramiti o dei guardiani che solitamente governavano tale rapporto ha più vera rilevanza: un editore non è garanzia di qualità per i lettori giovani, così come non lo è un certo agente letterario, e nessuno dei tradizionali percorsi di formazione e apprendistato. La gente si convincerà che sai scrivere solo leggendoti, avvertendo l’efficacia, la bellezza e la potenza delle tue frasi nel momento in cui le risuonano (o non riescono a risuonarle) in testa. In fondo, chiaramente, è sempre stato così, ma adesso tutto si basa su quella fondamentale connessione umana, dato che l’impalcatura dell’editoria, che sorreggeva e sostentava quel rapporto (e gli forniva una copertura quando era debole) comincia a crollare.”

Questo secondo me è un punto nodale per capire  il futuro della letteratura, più importante della discussione relativa all’ebook (anche se in parte connessa). La questione centrale è chiedersi infatti se le case editrici e il servizio che esse svolgono, hanno ancora ragione di essere. Questa può essere la vera rivoluzione.
Riporto la risposta di Ettore Bianciardi, figlio del grande Luciano Bianciardi, pioniere nella discussione relativa al Self Publishing ad una domanda che gli avevo posto sul suo interessantissimo blog circa l’importanza reale o supposta delle case editrici nel mondo editoriale che si prospetta. Leggete cosa mi rispondeva:

“Alessandro ha lanciato una discussione che mi pare particolarmente bella e importante, quella della autorevolezza della pubblicazione. Se mi pubblico da solo, lui dice, come posso sostenere che il mio libro è valido? Se invece trovo qualcuno disposto a pubblicarmelo, allora è la prova che qualcuno ha creduto nel mio testo, e quindi che questo ha una sua almeno piccola validità. Sempre che l’editore non sia a pagamento, altrimenti è vero il contrario.
Il mondo che tu descrivi era forse quello di mezzo secolo fa, quando le case editrici erano poche, in mano a imprenditori nel vero senso della parola, disposti a rischiare i propri soldi su autori e circondati da collaboratori di valore che sapevano scoprire un autore valido,
Oggi ti sei già accorto da solo che non è più così: hai visto porcherie pubblicate da grosse case editrici e testi validi che non trovano editore.
Una piccola casa editrice dici tu. Ma se è piccola e sconosciuta che autorità può dare a un testo? Che ne so io se la casa editrice che ha scovato un mio amico e della quale sento il nome per la prima volta è fatta da gente valida o no? Tu dici:a se hanno investito dei soldi, allora … E come faccio ad essere sicuro che l’autore non ha pagato?
Allora la rivoluzione è l’autopubblicazione.
Già ma l’autorevolezza allora chi me la dà?
I lettori, Alessandro, i lettori, i soli che possono veramente decretare che il tuo libro è bello, che è valido, che trasmette qualcosa.
Se i lettori non l’apprezzano, allora anche se lo pubblica Mondadori è un libro brutto. Che non venderà, come non vendono il 90% dei libri italiani. Perché sono brutti e sono stati scelti male da gente che non sa più fare il proprio mestiere.
Ma è difficile vendere un libro autopubblicato!
No, è più facile di quanto uno possa pensare, e, soprattutto, difficile come vendere un libro pubblicato da Mondadori, a meno che l’autore sia già famoso per altro, come Littizzetto, il Papa, Vespa, Fede, il Sindaco di Firenze, il mostro di Firenze, la escort di Bari, la velina di Palermo, il calciatore di Milano, il bischero che non manca mai… Ma non sono scrittori. E non hanno scritto libri. E non servono alla letteratura, E non sono libri venduti. È solo celebrità riscaldata, ripassata in padella, che resta sullo stomaco.
Invece ci sono ottimi libri qua e là pubblicati da grosse case editrici che invece non fanno successo, Forse perché l’autore non si è troppo preoccupato di promuoverlo, perché tanto ci avrebbe pensato il grosso editore. Ed il libro rimane nei magazzini.
Alessandro, il mondo sta cambiando velocemente, ci passa davanti agli occhi un cambiamento che dobbiamo cavalcare, gestire, sfruttare al massimo. La cultura del 2011 ha possibilità enormemente superiori a quella di solo dieci anni fa.
Ma dobbiamo sfruttare queste possibilità, non pretendere che il modo torni indietro, che ritorni dentro quei confini e quei parametri che ci piacevano tanto, ma che non ci sono più.”

Credo che questi due interventi di questi due intellettuali, messi uno vicino all’ altro, abbiano più potenza di altre mille parole, aprano uno squarcio nel futuro. In Inghilterra, in Italia e in qualsiasi altro posto del mondo, quelli che hanno capacità di una visione, quelli che volano più in alto, pur muovendosi su strade diverse, va a finire che prima o poi si incontrano. Nel punto più alto.

Prendi in mano il tuo libro

La situazione degli scrittori negli ultimi vent’anni è molto cambiata, ma non soltanto per via delle nuove tecnologie; quello che è mutato è il modo in cui lo scrittore si relaziona con la società.  La scrittura di per sé è un atto solitario che prevede l’esclusione dal mondo: è necessario rinchiudersi e stare soli per molto tempo per scrivere un libro. Un tempo lo scrittore – che era tendenzialmente un intellettuale – era attivo nel mondo e una volta che aveva completato la sua opera non considerava concluso il suo compito, tutt’altro. Agiva in società, cercava altri scrittori, altri artisti con i quali scambiare idee, consigli e insieme, uniti da una missione comune, cercavano spazi per discutere e persone che avrebbero potuto rendere nota la sua opera. Insomma, s’immergeva nel mondo per far conoscere la propria opera, il proprio pensiero.

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Scrivo un romanzo con l’ I-Phone

In Giappone si chiamano kentai shosetsu e sono veri e propri romanzi pubblicati a puntate sul cellulare. Da non crederci, ma nella terra del Sol Levante hanno un successo inimmaginabile tanto che le loro pubblicazioni successive su carta raggiungono i primi posti nelle classifiche di vendita. Da qualche anno anche la Cina si è fatta contagiare da questa moda, i giovani ne vanno pazzi, ma non è escluso che in breve avranno grande diffusione anche qui in Europa. Ne è un esempio il polacco Piotr Kowalczyk (guru del Self Publishing) che ha raggiunto 50.000 download dei suoi cullularomanzi. Questo è un altro esempio di come stanno cambiando i modi di intendere la narrazione e l’intrattenimento. Come pensare che un ragazzo che divora romanzi sull’ I-Phone, quindi con una scrittura sintetica e veloce, riesca a “sopportare” un romanzo scritto nelle forme classiche di narrazione (lunghe descrizioni ambientali o psicologiche)? Borges aveva già capito tutto. Diceva che una buona idea si può spiegare in poche righe, non è necessario illustrarla in cinquecento pagine (il fatto è che 500 pagine si riescono a vendere meglio di 5 righe).
Probabilmente tra qualche anno chi non è ha meno di vent’anni non sarà nemmeno in grado di codificare le nuove forme narrative e di scrittura. Anche questo fenomeno è un indizio di questo cambiamento, di questo processo di velocizzazione, di orizzontalità, niente approfondimento ma salti vericali da argomento ad argomento in una visione a ventaglio che mi fa venire in mente Kerouac (nella foto) che descriveva la sua scrittura proprio a ventaglio, cioè un volo a planare (alla Bertè) senza soffermarsi troppo su un luogo, una raffica di pensieri, salti continui dettati da associazioni mentali imprevedibili e quindi spesso esaltanti (riconosci il modo di agire della mente, di tutte le menti anche la tua) e quindi si ha la sensazione di essere a casa, dove non c’è artificio, finzione, ma verità.  Realtà. Il Free writing dei beatnik da superata forma sperimentale di scrittura creativa a nuovo modello di post narrazione.

Fine seconda parte

I blog come esseri divini

Sul sito dell’artista multimediale Milton Manetas ho trovato un’intervista a Bruce Sterling che mi ha divertito e ho trovato anche suggestiva. Il guru del cyberpunk afferma che ormai l’arte moderna è completamente superata, che l’unica arte che si possa concepire adesso è sul web e considera i siti web, i blog, i portali vere e proprie opere d’arte, perfette rappresentazioni di ciò che è arte in questo inizio di secolo in quanto fusione perfetta di testo (a volte estremamente letterario), di fotografia, di grafica, di video, sono installazioni virtuali, performance ultraterrene (mulidisciplinari e orrizontali come è la società attuale).  Si muovono in una sorta di iperuranio, in un mondo astratto, etereo, oltre il materiale, in un’altra dimensione che visivamente collochiamo in alto. Effettivamente se dovessi visualizzare il web in uno spazio immaginario lo collecherei in alto, non in basso. Quindi il pc è visto come un portale un accesso ad un altro mondo un po’ come gli specchi o gli armadi nei romanzi fantasy e i blog, facebook, twitter sono le creature soprannaturali che lo popolano. Creature ben strane composte per metà dall’uomo e per metà dalla tecnologia (il mezzo attraverso il quale l’ uomo andrà, ed è già forse, anche se ancora non se ne rende conto, oltre l’ uomo normalmente inteso. Siamo già in un’ altra era. Viviamo sospesi tra il materiale e l’immateriale. È un processo inarrestabile nel quale tutti finiremo dentro, volenti o no. Queste creature fantastiche vivono del supporto umano attraverso le idee, i contenuti e vivono del supporto tecnologico (non potrebbero esistere senza la formidabile capacità tecnica dei suoi sviluppatori). Sono perfetta fusione tra macchina e uomo, cyborg ultraterreni composti da mille menti, sono già post umani (esseri divini?). E sono entità indipendenti e pensanti, che prendono strade insospettabili all’inizio, alcune avranno vite straordinarie (vedi facebook), altre resteranno nell’ombra e moriranno nell’oblio.

Contro i finti editori vendo ebook negli Stati Uniti

Leggevo un articolo ieri sul blog di Marco Freccero intitolato “se il self publishing fosse un’illusione?” in cui l’autore del post rifletteva amaramente sulla reale qualità dell’autopubblicazione, sul rischio che la rete venga sommersa da immondizia letteraria e se veramente grazie al self publishing non ci sia più la necessità delle case editrici viste ormai come il male assoluto e allora, si chiedeva l’autore, come mai Amanda Hocking ha deciso di firmare con una casa editrice visto che già ha venduto 200.000 copie per conto proprio?
Tutte riflessioni sacrosante che sottoscrivo solo che, secondo me, il self publishing non deve promettere sogni di gloria e successo agli autori esordienti ma soltanto rappresentare un’ alternativa al piccolo editore inutile, quello che spilla soldi al malcapitato senza offrire niente in cambio se non un servizio tipografico perché fortunatamente grazie alle nuove tecnologie di questo tipo di editori non c’ è proprio più bisogno.

L’autopubblicazione certo non può sostituirsi alle vere case editrici quelle che selezionano  e dico selezionano i testi, che hanno capacità e forza promozionale e una credibilità e rispettabilità nella realtà culturale del nostro paese (costruita in decenni di attività professionale di qualità) che automaticamente si riflette anche sul testo edito. Credo che l’autopubblicazione (tramite ebook o carta stampata) sia invece un ottimo sistema per iniziare l’avventura come scrittore senza farsi infinocchiare dai tipografi autoproclamatisi editori e credo comunque che un testo immondizia autopubblicato non vada da nessuna parte, mentre un buon testo (grazie al passaparola super potenziato dai social media) abbia la possibilità di diffondersi e ottenere una sua visibilità che potrebbe aver buon gioco anche per ottenere successivamente l’attenzione di una seria casa editrice (vedi Amanda Hocking). Certo, è necessario darsi da fare, perché l’autopubblicazione deve sempre accompagnarsi all’ autopromozione, altrimenti è totalmente  inefficace, se l’autore ha intenzione di vendere i propri libri.
Un’ultima riflessione sugli ebook: l’autore del post in questione dice di vendere circa una copia al giorno dei suoi ebook pubblicati su Amazon. Copie acquistate probabilmente da italo americani dagli Stati Uniti e afferma che questo fatto sia di scarsa rilevanza, che non gli dà nulla, nessuna visibilità nessuna crescita. Io lo trovo invece un ottimo segnale di apertura e progresso! Fino a cinque anni fa era impensabile che un italo americano leggesse (dopo averli acquistati anche se a modico prezzo) i racconti di un ragazzo italiano, a meno che questo non fosse sotto contratto con una grande casa editrice.Secondo me questa notizia apre nuove porte e prospettive future dalla portata ancora quasi inimmaginabile.
Per completezza leggetevi il post.

Aperitivo e Freewriting

Ero ad un aperitivo e una mia amica mi dice che lei non potrebbe mai scrivere perché si  sofferma troppo sulle frasi sui concetti e dopo averci pensato un po’ con gli occhi rivolti al cielo aggiunge “mi manca quella fluidità per poter scrivere”, ecco a cosa serve il freewriting a quella fluidità che spesso manca agli scrittori alle prime armi, il non preoccuparsi di quello che si scrive, che se ci pensi scrivere “il non preoccuparsi” è proprio brutto stilisticamente ma io me ne frego e lo scrivo lo stesso perché voglio far sgorgare i miei pensieri e non reciderli sul nascere altrimenti balbettano non partono. Qualche giorno fa stavo leggendo l’incipit di un libro self publishing sul sito ilmiolibro.it e avevo visto recensioni da parte dei lettori entusiastiche e allora l’ho letto anche io questo libro (non ricordo il nome) che volevo proprio vedere cosa c’era di così incredibile e scopro una cosa molto interessante cioè che è scritto spesso male con espressioni tipo “l’alto della schiena” che è veramente brutta come forma ma nel complesso le pagine funzionano e attraggono e allora ho capito che tra lettori e critici ormai c’è un divario incolmabile perché un critico letterario, un correttore di bozze di vecchia scuola avrebbe bocciato un testo del genere che in realtà una sua ragione di esistere ce l’ha, perché nonostante tutte le sue inesattezze stilistiche non riuscivo a smettere di leggerlo. Lo so, può sembrare sdoganare qualsiasi cosa ma non è così, è iniziare ad aprire la mente a qualcosa di diverso e nuovo, come diceva Barrico in “i nuovi Barbari” anche Beethoven all’inizio era definito inascoltabile e ora è l’anima pop della musica classica. Può sembrare sdoganare qualsiasi cosa ma non è così, è leggere autori che abbiano qualcosa da dire in modo nuovo poiché si sa non cambia il mondo ma il modo in cui lo si vede.

Self Publishing


È necessario riuscire a fare un salto mentale per cui autopubblicarsi non è infamante, anzi è un valore aggiunto.

Spesso gli “editori” sono ex tipografi che non hanno alcun titolo che li legittimi nella selezione dei testi.

Invece di finanziare questi sedicenti “editori”, autoproclamatevi editori di voi
stessi.

Autopubblicandoti resti completamente proprietario della tua opera.

Pubblicare a proprie spese un libro non è più questo grande sforzo economico, comunque meno di quanto ve lo faranno pagare molti “editori”.

Se il libro è bello sarà il passaparola la forma di promozione migliore.

Grazie alle nuove tecnologie, ai blog, ai social network la fama di un libro si espande molto più velocemente rispetto ad un tempo.

Cosa mi dà una casa editrice piccola e media in più rispetto all’autopubblicazione? Nulla.

Comunque i vostri libri non saranno distribuiti nelle librerie e per averne qualche copia dovrete sempre chiedere che siano loro ad inviarvele (nelle migliore delle ipotesi), oppure acquistarvele. Ma di rendete conto? Comprare copie del proprio libro. Un autore dovrebbe vendere le copie del proprio libro o distribuirle gratuitamente se lo desidera, ma l’ultima cosa che dovrebbe fare è auto acquistarsi.

Le case editrici, ancorata a vetusti modi di concepire l’editoria, non sanno usare in modo innovativo e funzionale i social network.

Basta egemonia delle solite dieci case editrici. Ma chi l’ha detto che devono essere loro a decidere quello che leggeremo.

Non servirà più l’invio a pioggia di manoscritti e l’attesa spasmodica di una risposta, non dovrete più elemosinare un giudizio, una speranza di pubblicazione, con la paura che il vostro manoscritto non sia stato nemmeno letto

Nel mondo della musica esiste da sempre. Quante autoproduzioni esistono. Sono sempre esistite, anche quando l’industria discografica era fiorente. Figuriamoci ora. Un gruppo di amici, di artisti con idee e passioni comuni, formano un collettivo e si autoproducono. Nel circuito musicale non sono guardati con la puzza sotto il naso, anzi, spesso sono considerati più cool degli artisti proposti dal mainstream, che propone sempre la stessa minestra riscaldata, senza rischiare, senza coraggio. Perché nell’arte spesso a fare la differenza è il coraggio. E le grandi case discografiche non sono mai coraggiose. È nella loro natura. Devono fatturare, quindi non possono rischiare. Per questo è nell’autoproduzione che si possono trovare le opere più audaci e nuove in circolazione. Opere pericolose e spiazzanti, che la la mondadori non si prende in carico di promuovere mettendo in moto la sua enorme macchina pubblicitaria, perché non c’è la sicurezza di un ritorno. Più sicuro spendere migliaia di euro per Faletti o la Perego? O per un ragazzo che racconta attraverso la sua voce una nuova visione del mondo?  È solo nell’Indie che si può trovare l’autenticità, la vita vera, quello che le major non sono in grado di proporre, perché talmente enormi e macchinose da non essere in grado di leggere i tempi e cogliere quello che c’è di nuovo, di fresco, di elettrizzante in giro.

C’è un mondo là fuori. Chissà quante cose meravigliose rischio di perdermi. Autopubblicarsi è un gesto di auoconsapevolezza, una scelta. Non un ripiego.  Non ho bisogno di intermediari tra me e il mondo. Sarà poi il mondo a decidere se gli piaccio o meno e se io servo al mondo.

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