La passione per la lettura

Il piacere per la lettura è facile perderlo non è una proprietà immutabile che ti resta appiccicata per sempre, basta incontrare per caso o sfortuna o consigli sbagliati, una serie di libri indigesti o che mal si adattano ai propri gusti ne bastano tre o quattro di seguito, libri che non riusciamo a finire e lasciamo sul comodino e ne iniziamo altri sperando di farci conquistare dalla lettura ma niente da fare c’è qualcosa che non va, l’ingranaggio non funziona ogni pagina è fatica, ruvida (carta-vetro), collosa.

Tutto è scritto molto bene sia chiaro ma macchinoso e la differenza non sta nella bravura-tecnica-capacità-di-costruitre-una-trama, io sento che tra me e lo scrittore ecco siamo su due lunghezze d’onda diverse e come se, per dire, fosse possibile stare assieme a tutte le ragazze belle, solo perché sono belle, fosse sufficiente quello, fosse davvero cosi, i problemi sarebbero pochi perché le ragazze belle sono tante (a prescindere dal fattore selezione che mi fa notare solo quelle belle e quelle brutte non esistono sparite dalla vista) ma quello è solo un elemento e poi provi a starci insieme e capisci che non c’entri niente tu e lei e così succede con quegli scrittori che sono bravi e tutti lo dicono ma che a te in fondo che siano bravi non te ne frega nulla.

Tu vuoi qualcuno che ti spinga a vedere il mondo in modo nuovo, vuoi uno scrittore che ti fa alzare dal letto mentre leggi disteso e ti fa camminare per la stanza in mutande avanti e indietro con gli occhi sbarrati e il viso che fa si si su e giù, cazzo questo è scrivere è come una scossa di adrenalina e lo invidi perché nel testo lui fa scorrere la vita e fa scorrere tutto che ciò che avresti voluto essere e che ti fa tornare adolescente quando ancora la tua vita era aperta a mille possibilità e – potevi o credevi – di poter decidere che tipo di vita fare.

Helene Hegemann è una Neonista

Dove sta il confine tra plagio e utilizzo creativo delle fonti? Se il primo è sicuramente da condannare, il secondo invece è, a mio avviso, un’operazione creativa che solo un bravo autore/artista è in grado di fare.

A partire da William Burroughs e la sua tecnica di taglia e incolla, la creazione artistica mediante l’utilizzo di selezionate opere del passato è stata da sempre utilizzata. Spesso con risultati strabilianti.

Nella musica gli esempi sono migliaia. L’Hip Hop si basa sul campionamento di opere altrui; E spesso, l’opera derivata è migliore dell’opera originale. Prendiamo i Daft Punk. La loro arte sta nel carpire un frammento di una canzone del passato, (principalmente un elemento non principale, secondario) modificarlo e porlo al centro della nuova canzone. La loro è un’opera di ri-attualizzazione e di creazione di valore. Non è questa un’operazione creativa? Io ritengo di sì.

Questo video ci svela da dove i Daft Punk hanno preso i campionamenti per alcune delle loro canzoni:

Ecco quello che sostiene Umberto Eco a proposito del copia e incolla usato dagli studenti:

[…] lo studente può presentargli un testo senza errori e formalmente corretto ma tratto direttamente da Internet col sistema ‘copia e incolla’. Su questo aspetto, non bisognerebbe drammatizzare: in fondo, copiar bene è un’arte. E nemmeno facile. E dunque se uno studente è padrone di quest’arte va premiato con un voto buono. Inoltre, non dimentichiamo che qualche anno fa, quando Internet non esisteva ancora, ogni studente poteva scopiazzare con facilità da un qualsiasi libro preso in biblioteca. E dunque, alla fin fine, la cosa non cambiava (a parte che serviva più tempo e più fatica manuale). Ma un bravo insegnante si accorgeva (e si accorge) sempre se un testo è copiato male e alla “va là che va ben”.
Alcuni studiosi pensano che anche i difetti di Internet possano venir usati in modo educativo.[...]

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Il comportamento del lettore nel web

Il lettore modello

Umberto Eco sostiene che ogni autore deve scrivere avendo in mente un destinatario: il lettore modello. Il nostro lessico, il nostro stile, la nostra lingua dovranno essere flessibili e adattarsi al lettore modello. Lo scopo della scrittura è far si che il nostro messaggio venga compreso nel modo più chiaro ed efficace possibile. Ogni volta che costruiamo un testo, dobbiamo immaginare il nostro target.

Ogni testo presuppone che il lettore abbia determinate conoscenze. Ogni testo infatti è caratterizzato da sottintesi, dal non detto.

Come leggono gli utenti sul Web?

In un famoso articolo, Jacob Nielsen, guru della usabilità afferma che nel Web non si legge. Per la precisione non si legge nel modo tradizionale; nel modo in cui leggiamo i libri. I testi, nel web, si esplorano.

L’articolo di Nielsen è del 1997. Le connessioni allora erano più lente e spesso a pagamento pertanto il lettore era di fretta e cercava informazioni velocemente. Ora che le connessioni sono veloci e 24 h su 24, le cose sono cambiate? Pare di no. 13 anni fa non esistevano i Social Network e non esisteva Twitter. Strumenti che aumentano la nostra abitudine a leggere pillole di informazione a scapito di testi più lunghi e complessi.

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Chi meglio di te può raccontarlo?

Ho letto che i magistrati hanno sostituito gli scrittori al Salone del libro di Torino. Scrivono libri e riempiono le sale con le loro presentazioni lasciando gli scrittori a bocca asciutta. Molti  si sono stupiti per questo. Perché? a me sembra talmente normale.

La gente vuole realtà nella narrazione di questi tempi.E’  un processo evidente ma di cui i più ancora non si rendono conto. Il formato del reality, del documentario, del memoir stanno influenzando la narrazione in tutti i campi, sia il cinema, che la letteratura stanno e faranno sempre più i conti con questa evidenza.  La cronaca interessa alla gente, la mafia interessa alla gente, la criminalità interessa alla gente,  la questione dell’immigrazione interessa alla gente. Non dico sia giusto o sbagliato, riporto semplicemente quello che sta succedendo. E  chi può raccontarlo meglio degli esperti nel settore?

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Di fronte al foglio bianco

Ferruccio Parazzoli, ha scritto un libro tanto disordinato quanto affascinante. Il suo pregio è quello di non essere una manuale di scrittura come tanti, con regole, suggerimenti, consigli ma un flusso di pensieri e citazioni che si incastrano, caotici,  indistinti e frammentari, a volte oscuri più spesso illuminanti.

Ferruccio Parazzoli dall’alto della sua lunga carriera in Mondadori, con tono colloquiale ci guida nel mondo della scrittura e dell’editoria, riflette sul significato di essere scrittori e lo fa sempre in modo colto e originale.

Riporto un brano estremamente interessante, da: Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto, Garzanti  [da pag 24 a pag 26], dove ci indica una via per superare il cosidetto blocco dello scrittore.

Di fronte al foglio bianco: pensare o scrivere?

Le scelte e gli errori: di chi e di che cosa scrivere e perché. Premessa: quando si scrive bisogna puntare il più in alto possibile, in gara con ognuno di quegli autori che sono elencati nella Garzantina di letteratura dalla A alla Z. In gara, non importa dove si arriva.

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Fame di realtà

Stavo guardando in tv uno di quei programmi sponsorizzati dalla LonelyPlanet, quei documentari-reportage, dove il protagonista, di solito un bel ragazzotto dall’aria simpatica, esplora posti esotici del mondo per stimolare la nostra voglia di avventura e esplorazione. E’ una produzione per nulla amatoriale, ma lo sforzo è proprio di darne l’illusione. Apparire la più semplice possibile. Dare l’impressione di telecamera a mano, di improvvisazione, di realtà, di verità. Emblematica la scelta di doppiare fuori sincrono il protagonista lasciando in sottofondo la sua vera voce. Togliere in tutti  i modi l’artificiosità del troppo scritto, costruito, la professionalità addirittura.  Le emozioni devono sembrare provenire dal basso, scaturire spontaneamente, non ricreate ma incontrate durante il percorso. Esistono documentari-reportage (la cui veridicità è a volte dubbia) che calcano ancora di più la mano in questo senso e che hanno ancora maggiore successo. Ma non  solo: la stragrande maggioranza dei telefilm per ragazzi sono realizzati in questo modo: doppiaggi approssimativi, tagli grezzi,  luci naturali, attori assenti, ma piuttosto gente comune ripresa nella propria vita di tutti i giorni. E’ chiaro che in realtà dietro questa amatorialità c’è studio e ricerca, ma i professionisti danno al pubblico quello che il pubblico vuole. Realtà. Il pubblico ha fame di realtà. Tutto è iniziato con i reality, dove i colpi di scena sono decisi dagli autori ma la gente crede succedano realmente e anche di fronte all’evidenza continuano a rifiutarsi di credere che siano preparati, perché la gente non vuole finzione, vuole vedere rappresentata la realtà. Mi fa sorridere questo processo devolutivo dell’arte. La musica sta attraversando lo stessa rivoluzione. La tecnologia sembrava avrebbe portato la qualità dell’ audio a livelli inimmaginabili. C’è gente con stereo nelle proprie auto costati anni di sacrifici e ora abbandonati per gracchianti mp3 ascoltati dagli auricolari, film che sembrano i filmini di compleanno della famiglia Rossi che vincono premi di cinema internazionali. Più la tecnologia compie passi da gigante, più la gente si abitua a consumare l’arte in modo semplice, veloce e di “qualità” inferiore. E nella letteratura cosa succederà? Il processo è in atto anche in questa forma d’ arte. E’ solo leggermente in ritardo… ma le forme convenzionali di romanzo sono in crisi. Quattrocento pagine di trame lavorate a tavolino, meccanismi ad orologeria perfettamente oliate sembrano non suscitare più l’attrazione di un tempo. Non c’è più spazio per Wilbur Smith, i thriller  hanno il fiato corto, vince Saviano, vince l’autobiografia, il memoir o almeno l’illusione di trovarci di fronte a brandelli di realtà.

Il ruolo dei romanzieri

David Randall, giornalista, opinionista di Internazionale e autore del manuale ‘Il giornalista quasi perfetto’, un paio di anni fa ha dichiarato in un articolo provocatorio di non leggere più romanzi, non li legge perché li trova del tutto inutili. Randall sostiene che la realtà descritta dai saggi sia infinitamente più fantasiosa e allo stesso tempo utile di quella farraginosa descritta della moltitudine di romanzi pubblicati quotidianamente. Ecco cosa scrive Randall:

“Ero seduto nella mia stanza a leggere un romanzo, quando all’improvviso mi venne in mente che avrei usato meglio il mio tempo leggendo un libro di storia, la materia in cui mi stavo laureando. Misi da parte il romanzo e da allora non ne ho più aperto uno. Per quanto possa sembrare strano, ne ero convinto, e lo sono ancora. M’interessano solo le cose successe veramente, e non ho voglia di leggere storie inventate”

“Il Giornale” in un articolo a chiusura del salone del libro di Torino, rende noti i dati delle presenze alle varie presentazioni tenute durante il salone:

Moccia 32 persone; Antonio Scurati con Alessandro Bertante e Tommaso Pincio: semideserto. Paolo Nori: deserto. William Vollmann: deserto.”

Le cose cambiano, anzi si capovolgono, se dagli scrittori di narrativa passiamo ai saggisti:

“Piergiorgio Odifreddi: esaurito. Vito Mancuso: esaurito. Eugenio Scalfari: pienone. Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro: pienone. Alberto Asor Rosa ed Enzo Bianchi: pienone. Umberto Eco: esaurito. Micromega: esaurito. Vittorio Sgarbi: esaurito. Dario Fo: pienone. Giuliano Amato: esaurito. Cambiando genere. Margherita Hack: esaurito. Alberto Angela: esaurito. Luciana Littizzetto: esaurito. Gianantonio Stella e Sergio Rizzo: esaurito. Eve Ensler, Lella Costa, Lunetta Savino: esaurito. Mario Calabresi: esaurito. Hans Kung: esaurito.”

I dati parlano chiaro, i lettori sentono sempre più l’urgenza di comprendere il mondo e trovano nella forma “saggio” uno strumento migliore. Forse anche a causa della “confusa” situazione politica che sta attraversando il nostro paese, gli italiani sentono il bisogno delle cosiddette “orazioni civili” per fare massa, rinserrare le fila; insomma, e come se non ci fosse tempo da perdere con la letteratura, molto meglio informazioni certe, dati, strumenti pronti da poter usare nella vita di tutti i giorni.

Generazione TQ nasce da questa esigenza, scrittori (romanzieri) tra i trenta e i quaranta anni che percepiscono (e soffrono) la loro impotenza, la loro incapacità di incidere sulla realtà. E si lamentano di questo. Vorrebbero più potere, più visibilità, vorrebbero contare di più (a parte che alcuni nomi sono davvero stranoti).

Ci sono molti modi per essere utili in società, ma se sei uno scrittore, a mio avviso, devi accettare il tuo ruolo subalterno, la tua condizione di “esule in patria”, sempre contrario allo status quo. L’intellettuale vero non può che essere anarchico. Non può accampare diritti, deve solo dire la verità, che sia ascoltato o meno.

Il regno animale dei Baustelle

Francesco Bianconi come immaginavamo ha scritto il suo primo romanzo e glielo pubblicano quelli di Mondadori. E’ giusto, ci sta, rappresenta un  passaggio fondamentale per la messa a fuoco di un personaggio che, anche a livello di marketing fa dell’intellettualismo e di un atteggiamento radical chic la sua carta vincente. Non ne fa mistero nememno nel libro.

Sia ben chiaro, il romanzo è scritto bene e di certo piacerà a tutti i suoi fan già acquisiti meritatamente con i Baustelle e conquisterà anche nuovi giovani accoliti che da poco si affacciano al magico mondo glamour pop italico. Gli elementi ci sono tutti, ma proprio tutti tutti. Droghe come se piovesse, vite sprecate, belli e dannati, fotomodelle rincoglionite, attricette e attricione, scrittori sfigati, musicisti di successo, terroristi e poi citazioni infinite di gruppi rock, punk, funk, di registi cult, di locali cool, di personaggi freak, di gente hype, con tremendi down post sbornia. C’è tutto. Hanno proprio pensato a tutto quelli della Mondadori.
Viene citato anche Tarantino e il suo pupillo Rodriguez (è curioso che ancora oggi, per tingere di glamour il proprio libro sia necessario citare i due pulpissimi registi) e viene citato Carlo Pastore diventato ormai capro espiatorio di un certo modo di essere “voglio ma non posso” in Italia e bersaglio prediletto di chi “figo lo è veramente“; ci sono all’inizio di ogni capitolo frasi tratte da grandi scrittori (Sciascia) grandi poeti (Montale) ma anche Paolo Villaggio (la commistione tra cultura alta e cultura bassa funziona sempre) e note a piè di pagina (che fa tanto tanto post moderno).

Di seguito, due elementii che mi sono piaciuti molto: sul finale il gioco che fa il protagonista, Alberto stendendosi sul piazzale della Stazione Centrale di Milano, fingendosi morto, per vedere se riesce a passare inosservato anche così (cosa che puntualmente accade) e l’intervista, cui assiste, a un musicista italiano molto in voga, Francesco Bianconi stesso, il leader dei Baustelle, che resterà poi coinvolto durante un party tutto bollicine e lustrini in un attentato terroristico. Un’ idea molto riuscita quella di autocitarsi in un virtuosismo postmoderno che ha anche l’effetto di sdrammatizzare un’impalcatura che rischia di giocare troppo con gli stereotipi Tondelliano-giovanilisti.

Ho citato prima il  protagonista del libro, Alberto, un ragazzo della profonda provincia toscana, sensibile, colto, con problemi di erezione (come tutti gli intelettuali che si rispettino…) che decide di trasferirsi nella metropoli bastarda per fare fortuna come giornalista. In realtà la vera protagonista di questo libro è proprio la metropoli bastarda, Milano con le sue luci e le sue ombre; una città per la quale Bianconi prova chiaramente un rapporto di odio e amore essendo il coagulo di tutti i vizi e aberrazioni, ma anche opportunità della nostra stravagante società dello spettacolo.

Elogio del memoir

 

Io penso che se c’è una cosa che lo scrittore deve fare è evitare di annoiare a morte i lettori. Non credo di essere l’unico che trova sempre più difficile (faticoso) leggere e scrivere romanzi.

Dopo anni di pubblicazioni di romanzi dove la finzione, la costruzione narrativa ha prevalso, ritengo sia necessario ritornare al memoir, che non vuol dire semplice esibizione-egocentrismo, ma vuol dire raccontare il mondo filtrato attraverso le proprie esperienze.

Sono sicuro che l’utilità di un libro che narra con veridicità la propria visone del mondo sia molto più utile, e anche entusiasmante, di un libro costruito con logica scientifica/combinatoria e con eccelsa bravura, ma dove i personaggi, per quanto ben congeniati, siano lontani dalla vita vissuta.

D’altronde scrivere di se stessi è anche inventare, data l’impossibilità di essere oggettivi. Raccontare di sé è in qualche misura, imitare se stessi. E’ sempre più interessante essere se stessi che fingere di essere qualcun altro. Il memoir è una forma di narrazione immaginaria innestata nella vita.

Verso un’epoca senza nome

Per la prima volta nella storia la nostra epoca non è etichettata, classificata, definita.
Perché dovrebbe essere un male? I suffissi non funzionano più.
Frammentazione, precarizzazione delle nostre vite; individualismo paranoico, presentismo.
Spossessamento del nostro essere da parte della politica, dell’economia turbo capitalista.

Tendenza alla chiusura, ricerca di protezione e rifugio in un mondo piccolo, chiuso, ma che conosciamo o crediamo di conoscere: idealizzato, immaginato ma mai realmente vissuto ed esperito.
Conservatori per reazione, spinti a rintanarci, a procedere all’indietro, a passo di gambero verso una realtà sicura ma che è solo immaginaria perché passata, sparita, esplosa, deflagrata senza rumore: sogno.

Nella nostra epoca dove la paura porta a rinchiudersi, a trincerarsi all’interno del proprio io, all’interno della propria sfera personale e sociale, dove il mondo potenzialmente aperto, globale e connesso della rete si depotenzia all’interno di una cerchia ristretta di conoscenze, di un social network sempre più labirintico e stagnante.

L’unica risposta esistenziale degna è l’apertura, la riscoperta del biologico, dell’armonia.
La necessità di una visione non-duale, di appropriazione e assimilazione del diverso, conflitto e superamento delle tensioni verso un’armonia, un’interdipendenza tra mondo, natura, uomo e macchina.

Sguardo ecocentrico, allargato, di sfondamento, cosmico, sfinito, che comprende tutto l’esistente, natura e cultura.

Tensione inesauribile verso la verità, la giustizia, la bellezza. Aspirazione alla trascendenza.
Sperimentazione continua di nuove combinazioni esistenziali.
Lo sfondamento dei generi (maschile, femminile, romanzo, saggio, “realtà”, sogno).
L’impossibilità di catalogare, etichettare, definire, incasellare.
L’ibridazione dei testi, dei discorsi, del sociale, del mondo intero.
La cyborghizzazione inevitabile dell’uomo (socializzazione spinta, accelerata e moltiplicata dai social media).
La porosità dei pensieri, degli stili di vita; il meticciato, oltre e aldilà della contaminazione.
La frammentazione, la decontestualizzazione.

Il plagio, che non è più tale, ma riuso delle fonti, riattivazione e attualizzazione di significati orami inerti, sepolti, decomposti. Humus, terreno fertile su cui innestare nuove idee, visioni illuminanti e contagiose.
Manipolare l’esistente, dare nuova forma all’informe o deformare la plasticità, la fissità dell’esistente. Amalgama esplosivo, effervescente.

La pratica del remix come atto creativo, eversivo, canzonatorio, ironico e serissimo perché critico, ma senza distacco, con le mani sporche di fango: assunzione di responsabilità.
Tendenza all’ibridazione, sempre più necessaria, vitale.
Superamento del postmoderno, accelerazione verso un’epoca senza nome

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