Il piacere per la lettura è facile perderlo non è una proprietà immutabile che ti resta appiccicata per sempre, basta incontrare per caso o sfortuna o consigli sbagliati, una serie di libri indigesti o che mal si adattano ai propri gusti ne bastano tre o quattro di seguito, libri che non riusciamo a finire e lasciamo sul comodino e ne iniziamo altri sperando di farci conquistare dalla lettura ma niente da fare c’è qualcosa che non va, l’ingranaggio non funziona ogni pagina è fatica, ruvida (carta-vetro), collosa.
Tutto è scritto molto bene sia chiaro ma macchinoso e la differenza non sta nella bravura-tecnica-capacità-di-costruitre-una-trama, io sento che tra me e lo scrittore ecco siamo su due lunghezze d’onda diverse e come se, per dire, fosse possibile stare assieme a tutte le ragazze belle, solo perché sono belle, fosse sufficiente quello, fosse davvero cosi, i problemi sarebbero pochi perché le ragazze belle sono tante (a prescindere dal fattore selezione che mi fa notare solo quelle belle e quelle brutte non esistono sparite dalla vista) ma quello è solo un elemento e poi provi a starci insieme e capisci che non c’entri niente tu e lei e così succede con quegli scrittori che sono bravi e tutti lo dicono ma che a te in fondo che siano bravi non te ne frega nulla.
Tu vuoi qualcuno che ti spinga a vedere il mondo in modo nuovo, vuoi uno scrittore che ti fa alzare dal letto mentre leggi disteso e ti fa camminare per la stanza in mutande avanti e indietro con gli occhi sbarrati e il viso che fa si si su e giù, cazzo questo è scrivere è come una scossa di adrenalina e lo invidi perché nel testo lui fa scorrere la vita e fa scorrere tutto che ciò che avresti voluto essere e che ti fa tornare adolescente quando ancora la tua vita era aperta a mille possibilità e – potevi o credevi – di poter decidere che tipo di vita fare.





Stavo guardando in tv uno di quei programmi sponsorizzati dalla LonelyPlanet, quei documentari-reportage, dove il protagonista, di solito un bel ragazzotto dall’aria simpatica, esplora posti esotici del mondo per stimolare la nostra voglia di avventura e esplorazione. E’ una produzione per nulla amatoriale, ma lo sforzo è proprio di darne l’illusione. Apparire la più semplice possibile. Dare l’impressione di telecamera a mano, di improvvisazione, di realtà, di verità. Emblematica la scelta di doppiare fuori sincrono il protagonista lasciando in sottofondo la sua vera voce. Togliere in tutti i modi l’artificiosità del troppo scritto, costruito, la professionalità addirittura. Le emozioni devono sembrare provenire dal basso, scaturire spontaneamente, non ricreate ma incontrate durante il percorso. Esistono documentari-reportage (la cui veridicità è a volte dubbia) che calcano ancora di più la mano in questo senso e che hanno ancora maggiore successo. Ma non solo: la stragrande maggioranza dei telefilm per ragazzi sono realizzati in questo modo: doppiaggi approssimativi, tagli grezzi, luci naturali, attori assenti, ma piuttosto gente comune ripresa nella propria vita di tutti i giorni. E’ chiaro che in realtà dietro questa amatorialità c’è studio e ricerca, ma i professionisti danno al pubblico quello che il pubblico vuole. Realtà. Il pubblico ha 


Francesco Bianconi come immaginavamo ha scritto il suo primo romanzo e glielo pubblicano quelli di Mondadori. E’ giusto, ci sta, rappresenta un passaggio fondamentale per la messa a fuoco di un personaggio che, anche a livello di marketing fa dell’intellettualismo e di un atteggiamento radical chic la sua carta vincente. Non ne fa mistero nememno nel libro.
