Il libro è anche un soprammobile

Come faranno i libri a resistere all’impatto degli ebook? Resteranno oggetto di culto per nostalgici? Per quanto mi riguarda, al momento, convivo felicemente con entrambi i formati che trovo perfettamente sovrapponibili. Sono felice che esistano i libri elettronici perché rivaleggiano con i libri, e sono certo che la “selezione naturale” stabilirà una divisone del lavoro e delle funzioni in modo ottimale.

Ebook e libri di carta sono due oggetti simili ma non identici, e se diamo retta a Marshall McLuhan, non possiamo sottostimare l’importanza del mezzo su cui il contenuto è veicolato (il mezzo è il messaggio).

Se andiamo a vedere la storia dei media, non è mai avvenuto che un media nuovo abbia scalzato in modo veloce e definitivo un altro. I media convivono insieme per molto tempo. La stampa non ha spazzato via i manoscritti che hanno continuato a esistere per centinaia di anni. Si sono ridotte le sue funzioni, il nuovo mezzo si è impossessato di funzioni che svolgeva meglio del vecchio. La tv non ha eliminato il cinema, eppure entrambi trasmettono immagini.

Il libro di carta dovrà specializzarsi. Non ha senso continuare a produrre milioni di copie di Sidney Sheldon a pochi euro. Centinai di  pagine di carta giallognola ed economica per un libro che una volta letto può essere cestinato come un quotidiano, sono un inutile spreco. In quel caso una versione digitale è sicuramente migliore. Ma come la mettiamo, ad esempio, con un oggetto come il Libro rosso di Jung?

Il Libro rosso è a tutti gli effetti un libro d’arte di superiore qualità e non potrà mai essere sostituito dal libro digitale. Ma senza arrivare a questi oggetti, anche i libri della Isbn edizioni, della Minimum fax o della Adelphi per me hanno ancora un valore maggiore su carta: perché in quel caso acquisto un oggetto e non solo il contenuto. Il libro è anche un soprammobile, e non è cosa da poco, se permettete.

Cambiare Idea

Stavo rientrando a casa e ho imboccato una stradina che non avevo mai notato. Così mi sono imbattuto in una piccola libreria e sono entrato a curiosare.
Il giorno prima ero andato alla Feltrinelli per comprare “Cambiare idea” di Zadie Smith e non l’avevo trovato.
Così, tanto per fare, ho chiesto alla libraia se magari lo aveva lei. E infatti, lo aveva lei.
L’ho comprato e a quel punto la signora mi ha detto: “bella scelta! Ho letto un intervento di Zadie Smith ultimamente in Internet, sulla letteratura. Molto molto interessante!”
Io non ci potevo credere. “La Lectio magistralis! L’ho letta anche io. Per questo motivo ho appena acquistato il libro!”
Poi mi ha detto “se ti piace questo argomento, ti consiglio Vila Matas. Ha scritto libri stupendi. Me ne ha fatto sfogliare uno. Nelle prima pagine c’era scritto: Se vuoi scrivere, la prima cosa che devi fare è rinunciare ad essere uno scrittore”.
Era proprio il genere di cose che piacciono a me.
Sono corso a casa  e ho aperto il libro di Zadie Smith. 400 pagine di carta e una copertina gialla che mi piaceva molto. Ultimamanete leggo molto dal pc e dall’ ipad. Era un po’ che non mi godevo la bellezza di un libro di carta. A forza di leggere le meraviglie degli ebook mi ero scordato il piacere della carta al tatto e la possibilità di vedere una pagina scritta davanti e dietro. Dietro l’ipad non ci sta scritto nulla. Nemmeno dietro il pc se non il luogo di fabbricazione. Resto convinto che gli e-reader avranno applicazioni importanti e che rivoluzioneranno l’editoria. Ma ho avuto la netta sensazione che l’ebook non soppianterà mai il libro di carta.  Ho avuto questa illuminazione proprio mentre leggevo “Cambiare Idea” di Zadie Smith.
Significativo, no?

Poi ho pensato al fatto che hanno intenzione di chiudere il vivaio di Corso Como e aprire un’altra Feltrinelli (ancora libri di carta…), ho pensato  all’ articolo d Repubblica.it dove si dava la notizia che lo statunitense Locke ha superato il milione di copie vendute dei suoi romanzi  in formato ebook (in Self Publishing), ma il giornalista specificava “Peccato, vien da dire, che la sua sia una favola squisitamente americana. Da noi infatti, come nel resto d’Europa, gli ebook stentano o non decollano proprio. Prima di vedere un John Locke italiano dovranno passare chissà quanti anni.”

E ho anche pensato che il libraio può ancora dire la sua in questa realtà editoriale di inizio millennio.

Serve ancora l’Editore?

Non può che riempirmi di gioia la superba Lectio Magistralis tenuta a Firenze da Zadie Smith in occasione del Festival degli scrittori – Premio Gregor Von Rezzori.
Riporto questo passo, tratto dall’articolo di Effe all’interno del blog Finzioni, che trovo particolarmente significativo. Sentite quello che dice la grande scrittrice inglese:

“Penso che stiamo entrando in un periodo rivoluzionario d’intimità fra scrittore e lettore. Nessuno dei tramiti o dei guardiani che solitamente governavano tale rapporto ha più vera rilevanza: un editore non è garanzia di qualità per i lettori giovani, così come non lo è un certo agente letterario, e nessuno dei tradizionali percorsi di formazione e apprendistato. La gente si convincerà che sai scrivere solo leggendoti, avvertendo l’efficacia, la bellezza e la potenza delle tue frasi nel momento in cui le risuonano (o non riescono a risuonarle) in testa. In fondo, chiaramente, è sempre stato così, ma adesso tutto si basa su quella fondamentale connessione umana, dato che l’impalcatura dell’editoria, che sorreggeva e sostentava quel rapporto (e gli forniva una copertura quando era debole) comincia a crollare.”

Questo secondo me è un punto nodale per capire  il futuro della letteratura, più importante della discussione relativa all’ebook (anche se in parte connessa). La questione centrale è chiedersi infatti se le case editrici e il servizio che esse svolgono, hanno ancora ragione di essere. Questa può essere la vera rivoluzione.
Riporto la risposta di Ettore Bianciardi, figlio del grande Luciano Bianciardi, pioniere nella discussione relativa al Self Publishing ad una domanda che gli avevo posto sul suo interessantissimo blog circa l’importanza reale o supposta delle case editrici nel mondo editoriale che si prospetta. Leggete cosa mi rispondeva:

“Alessandro ha lanciato una discussione che mi pare particolarmente bella e importante, quella della autorevolezza della pubblicazione. Se mi pubblico da solo, lui dice, come posso sostenere che il mio libro è valido? Se invece trovo qualcuno disposto a pubblicarmelo, allora è la prova che qualcuno ha creduto nel mio testo, e quindi che questo ha una sua almeno piccola validità. Sempre che l’editore non sia a pagamento, altrimenti è vero il contrario.
Il mondo che tu descrivi era forse quello di mezzo secolo fa, quando le case editrici erano poche, in mano a imprenditori nel vero senso della parola, disposti a rischiare i propri soldi su autori e circondati da collaboratori di valore che sapevano scoprire un autore valido,
Oggi ti sei già accorto da solo che non è più così: hai visto porcherie pubblicate da grosse case editrici e testi validi che non trovano editore.
Una piccola casa editrice dici tu. Ma se è piccola e sconosciuta che autorità può dare a un testo? Che ne so io se la casa editrice che ha scovato un mio amico e della quale sento il nome per la prima volta è fatta da gente valida o no? Tu dici:a se hanno investito dei soldi, allora … E come faccio ad essere sicuro che l’autore non ha pagato?
Allora la rivoluzione è l’autopubblicazione.
Già ma l’autorevolezza allora chi me la dà?
I lettori, Alessandro, i lettori, i soli che possono veramente decretare che il tuo libro è bello, che è valido, che trasmette qualcosa.
Se i lettori non l’apprezzano, allora anche se lo pubblica Mondadori è un libro brutto. Che non venderà, come non vendono il 90% dei libri italiani. Perché sono brutti e sono stati scelti male da gente che non sa più fare il proprio mestiere.
Ma è difficile vendere un libro autopubblicato!
No, è più facile di quanto uno possa pensare, e, soprattutto, difficile come vendere un libro pubblicato da Mondadori, a meno che l’autore sia già famoso per altro, come Littizzetto, il Papa, Vespa, Fede, il Sindaco di Firenze, il mostro di Firenze, la escort di Bari, la velina di Palermo, il calciatore di Milano, il bischero che non manca mai… Ma non sono scrittori. E non hanno scritto libri. E non servono alla letteratura, E non sono libri venduti. È solo celebrità riscaldata, ripassata in padella, che resta sullo stomaco.
Invece ci sono ottimi libri qua e là pubblicati da grosse case editrici che invece non fanno successo, Forse perché l’autore non si è troppo preoccupato di promuoverlo, perché tanto ci avrebbe pensato il grosso editore. Ed il libro rimane nei magazzini.
Alessandro, il mondo sta cambiando velocemente, ci passa davanti agli occhi un cambiamento che dobbiamo cavalcare, gestire, sfruttare al massimo. La cultura del 2011 ha possibilità enormemente superiori a quella di solo dieci anni fa.
Ma dobbiamo sfruttare queste possibilità, non pretendere che il modo torni indietro, che ritorni dentro quei confini e quei parametri che ci piacevano tanto, ma che non ci sono più.”

Credo che questi due interventi di questi due intellettuali, messi uno vicino all’ altro, abbiano più potenza di altre mille parole, aprano uno squarcio nel futuro. In Inghilterra, in Italia e in qualsiasi altro posto del mondo, quelli che hanno capacità di una visione, quelli che volano più in alto, pur muovendosi su strade diverse, va a finire che prima o poi si incontrano. Nel punto più alto.

La rete è degli screttori

No, non è un refuso, il termine screttori è un neologismo ottenuto dalla fusione di due parole: lettori e scrittori. Lo so, non suona granché bene ma rende l’idea. E’ stato coniato da De kerchove per indicare il ruolo dei lettori nel web, non più semplici lettori passivi ma individui che sentono l’esigenza di scrivere mentre leggono.

I blogger hanno ormai acquisito questa competenza, ogni informazione letta sul web è potenzialmente adatta a essere riscritta e commentata. I blogger sono senza dubbio degli screttori. L’interattività fa ormai parte del nostro dna, i nostri cervelli soffrono, ci sentiamo impotenti e incompleti se non interagiamo continuamente con il testo, se non mettiamo “mano” al materiale che stiamo leggendo.

In fondo, scrivere mentre si legge, è un modo creativo per imparare, quello che comunemente è definito learning by doing. Lo sanno tutti che si impara di più se si gioca con le cose, se ci si sporca le mani. Quanti di voi da ragazzini hanno passato ore davanti ai testi, leggendo e rileggendoli passivamente senza poi ricordare nulla? Ecco forse quel tempo sta per tramontare per sempre.

Device come il Kindle, e l’ ipad, pur nello loro sostanziali differenze, consentono entrambi di leggere sempre di più e in modo sempre meno lineare. L’interattività è una condizione, non ci è dato scegliere. L’interattività si è trasferita nel nostro cervello, non siamo più in grado di leggere senza interagire con il testo. Ormai per me è così, ogni volta che leggo qualcosa di interssante sento un impulso insopprimibile a commentarlo o a riscriverlo (remixarlo).

Il futuro della scrittura

Da diversi mesi ormai nella blogosfera le discussioni più accese riguardano gli ebook, e quindi nuovi modi di leggere (che potrebbero portare a una trasformazione del nostro modo di pensare) e di come la scrittura stia cambiando, adattandosi necessariamente ai nuovi supporti su cui il testo viene veicolato.

Ed è proprio l’evolversi della scrittura nel prossimo futuro il tema di un evento che si terrà al teatro dal verme Giovedì 9 giugno alle ore 21 per il ciclo di incontri Meet the media Guru. Il titolo è tutto un programma :“Il futuro della scrittura”. Gli ospito sono d’eccezione, si va da Marco Belpoliti a Peter Brantley e Derrick de Kerckhove.

Per partecipare all’evento è necessaria l’iscrizione qui.

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La strategia del cyborg

Lo sospettavo, anche se non ne ero sicuro. Adesso ho le prove. Sono un cyborg. Perfettibile si intende, ero già da migliorare come essere umano, figuriamoci da cyborg. Ad ogni modo, grazie a Crouzet mi sento meglio. Sono fatto così, ho bisogno di definirmi in qualche modo. Devo solo metabolizzare l’idea.

“Io sono un cyborg.”

Inizia così il saggio di Thierry Crouzet, un breve pamphlet (edito da 40k) intitolato La strategia del cyborg in cui l’autore ridefinisce il concetto di cyborg, partendo dalle idee espresse da Donna Haraway e ampiamente diffuse negli anni 90, (il cyberpunk, ad esempio) idee ormai in qualche modo obsolete anche se mai realizzate (il cyborg è un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione).

Il cyborg per Crouzet è un umano interconnesso ad altri esseri umani per mezzo degli strumenti di comunicazione; nella fase attuale di sviluppo dei media sociali, Crouzet sostiene che L’uomo è in fase di cyborghizzazione, e che diventare cyborg non è una possibilità ma una necessità.

Le affermazioni dell’autore hanno si un sapore utopico ma allo stesso tempo sono radicate nella realtà, nella prassi quotidiana. Le idee espresse da Crouzet restano in bilico tra presente e futuro. Quello che siamo e quello che potremo essere. Ecco perché è indispensabile seguire la strategia del cyborg e cioè: unirsi all’altro da sé per accrescere se stesso. Un cyborg non può che essere sociale. Occupa lo snodo di una rete relazionale che unisce esseri viventi ad artefatti.

Siamo già tutti cyborg ma allo stesso tempo siamo in fase di cyborghizzazione. Siamo fuori dalla logica di ibridazione con le macchine, ma siamo all’interno di una interdipendenza con le macchine. Noi mutiamo grazie alle macchine e le macchine mutano grazie a noi.

Il saggio di Crouzet è un’opera sull’evoluzione dell’uomo, sociale e culturale. I concetti di interdipendenza e di evoluzione rimandano, a mio avviso, a Teilhard de Chardin, filosofo gesuita che tentava di conciliare scienza e religione, preconizzando l’evoluzione dell’uomo verso la sommatoria delle intelligenze organiche e inorganiche. La creazione di un cosmo intelligente, un enorme cervello cosmico formato da uomini e macchine, separati ma interdipendenti.

Il cyborg per Crouzet è l’uomo che sfrutta consapevolmente le potenzialità della rete, dello scambio di informazioni e conoscenze: intelligenza connettiva dunque, moltiplicazione delle intelligenze accelerata dalla connessione delle stesse all’interno della rete.

Crouzet espande ed estremizza le considerazioni di De Kerchove, il quale afferma che: l’intelligenza connettiva trova un suo naturale ambito nella connessione web, nella quale però il singolo ha la duplice possibilità di far parte di un gruppo senza perdere la sua identità e di avere un’identità senza perdere il senso del gruppo. L’intelligenza connettiva riguarda la possibilità di condividere il pensiero, l’intenzione e i progetti espressi da altri.

Contro i finti editori vendo ebook negli Stati Uniti

Leggevo un articolo ieri sul blog di Marco Freccero intitolato “se il self publishing fosse un’illusione?” in cui l’autore del post rifletteva amaramente sulla reale qualità dell’autopubblicazione, sul rischio che la rete venga sommersa da immondizia letteraria e se veramente grazie al self publishing non ci sia più la necessità delle case editrici viste ormai come il male assoluto e allora, si chiedeva l’autore, come mai Amanda Hocking ha deciso di firmare con una casa editrice visto che già ha venduto 200.000 copie per conto proprio?
Tutte riflessioni sacrosante che sottoscrivo solo che, secondo me, il self publishing non deve promettere sogni di gloria e successo agli autori esordienti ma soltanto rappresentare un’ alternativa al piccolo editore inutile, quello che spilla soldi al malcapitato senza offrire niente in cambio se non un servizio tipografico perché fortunatamente grazie alle nuove tecnologie di questo tipo di editori non c’ è proprio più bisogno.

L’autopubblicazione certo non può sostituirsi alle vere case editrici quelle che selezionano  e dico selezionano i testi, che hanno capacità e forza promozionale e una credibilità e rispettabilità nella realtà culturale del nostro paese (costruita in decenni di attività professionale di qualità) che automaticamente si riflette anche sul testo edito. Credo che l’autopubblicazione (tramite ebook o carta stampata) sia invece un ottimo sistema per iniziare l’avventura come scrittore senza farsi infinocchiare dai tipografi autoproclamatisi editori e credo comunque che un testo immondizia autopubblicato non vada da nessuna parte, mentre un buon testo (grazie al passaparola super potenziato dai social media) abbia la possibilità di diffondersi e ottenere una sua visibilità che potrebbe aver buon gioco anche per ottenere successivamente l’attenzione di una seria casa editrice (vedi Amanda Hocking). Certo, è necessario darsi da fare, perché l’autopubblicazione deve sempre accompagnarsi all’ autopromozione, altrimenti è totalmente  inefficace, se l’autore ha intenzione di vendere i propri libri.
Un’ultima riflessione sugli ebook: l’autore del post in questione dice di vendere circa una copia al giorno dei suoi ebook pubblicati su Amazon. Copie acquistate probabilmente da italo americani dagli Stati Uniti e afferma che questo fatto sia di scarsa rilevanza, che non gli dà nulla, nessuna visibilità nessuna crescita. Io lo trovo invece un ottimo segnale di apertura e progresso! Fino a cinque anni fa era impensabile che un italo americano leggesse (dopo averli acquistati anche se a modico prezzo) i racconti di un ragazzo italiano, a meno che questo non fosse sotto contratto con una grande casa editrice.Secondo me questa notizia apre nuove porte e prospettive future dalla portata ancora quasi inimmaginabile.
Per completezza leggetevi il post.

Letture concentrate

Se devo trovare un senso per gli ebook allo stato attuale della cose dove il più grande problema resta la scarsità dei titoli e la maggior parte dei libri che voglio leggere non è reperibile è esattamente in linea con quanto sostiene Giuseppe Granieri nel suo blog:

“a me sembra un valore l’idea di fornire in un formato breve (mezz’ora, quaranta minuti di lettura) una spiegazione esaustiva di un concetto. Non pago il numero di pagine, ma una maggiore efficacia nel rapporto «investimento di lettura»/«cose imparate».”

Sono anch’io dell’idea che l’ebook possa offrire un ottimo servizio al lettore fornendo saggi concentrati, focalizzati sulla spiegazione di un concetto e di un tema limitato ecco credo che questo sia un modo intelligente per differenziarsi dal libro cartaceo che resta al momento lo strumento principe e a dirla tutta migliore per i nostri cervelli cresciuti e abituati a quello strumento che è ormai parte di noi vera estensione del mio cervello mentre ancora il lettore di ebook lo sento estraneo escrescenza elettronica  ma è solo questione di tempo e poi sentirò come mio anche il mio piccolo kindle ne sono sicuro.

Ebook concentrati li sta producendo l’ottima 40k: saggi e racconti brevi a prezzo contenuto un esempio: La mente accresciuta di Derrick de Kerckhove è un mini saggio concentrato, sicuramente niente di nuovo (lo studioso canadese, in questo breve scritto, sintetizza e rimescola le sue tesi già abbondantemente espresse in altri libri e articoli) ma chi non ha mai letto nulla di de Kerckhove può trovare ne La mente accresciuta un’introduzione utile e snella al suo pensiero al modico prezzo di 3.90 euro

Andando oltre nel futuro degli ebook quello che vorrei sarebbe i frantumare un saggio in diversi capitoli e dare quindi la possibilità al lettore di acquistare soltanto il capitolo che interessa esistono libri che siamo “costretti” ad acquistare perché c’è una parte che ci serve o ci piace e per quelle poche pagine dobbiamo spendere trenta euro o più per un mattone che comprende centinai di saggi inutili, mi è successo ad esempio con un libro che si intitola remake remix un libro senza dubbio appassionante ma a me interessava solo la parte relativa alla musica che era di una trentina di pagine il resto erano pagine sul cinema e su altre arti di cui non so niente e quindi ci capivo poco e nemmeno mi interessava più di tanto per quanto di natura tendo ad interessarmi di tutto un po’.

L’unico limite potrebbe essere che, vista in questa ottica la lettura diventa in qualche modo utilitaristica il  messaggio potrebbe sembrare: non perdiamo tempo, leggiamo poco e solo quello che serve. Ecco, forse si andrebbe a perdere uno dei vantaggi e piaceri della lettura che è anche quello della “perdita di tempo” nel senso di lettura fine a se stessa senza un particolare scopo.

Esperienze di lettura elettronica

Da quando leggo sul Kindle non ho fatto altro che estremizzare la mia tendenza a passare da un libro all’altro, da un genere all’altro, da un autore all’altro, anche in passato non sono mai riuscito a leggere un libro dall’inizio alla fine ho sempre letto contemporaneamente almeno un paio di romanzi e un paio di saggi, ma adesso che leggo su formato elettronico e che ho tutto dentro lo stesso device, leggo una pagina di un autore e poi passo all’autore successivo – magari da un romanzo a un saggio a un’autobiografia – e mi piace cercare le differenze e le somiglianze, individuare connessioni tra autori e generi diversi, una lettura che prescinde i confini dell’opera, i limiti che il formato cartaceo inevitabilmente crea, percepisco sempre di più le parole e i pensieri come qualcosa di slegato dalla mente di un singolo autore e sempre più facente parte di una nebulosa dove tutte le conoscenze si connettono e da cui noi lettori  - non più passivi – possiamo trarre fonte di nutrimento intellettuale perché stimolati a produrre nostre riflessioni, tracciare connessioni tra idee, una lettura quindi che si costruisce ogni volta diversamente, una lettura più simile ad un percorso, estremamente appagante ma ancora non mi è chiaro quanto il nostro cervello sia in grado di fissare, ricordare, fare nostre le conoscenze acquisite in questo modo perché spesso la pagina, l’immagine del libro o della copertina, erano dei ganci su cui era possibile appiccicare i concetti mentre adesso è tutto molto indistinto, indifferenziato, uniforme. Una bella sfida, una rivoluzione e non sarà semplice capire se è bene o male ma sta di fatto che a me entusiasma per il semplice fatto che mi sento un esploratore in ricognizione per le generazioni future.

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