Una piccolissima parte di persone

Ieri sera, dopo che ci siamo sentiti al telefono, (non sapevamo che dirci ieri, vero?) poco prima di addormentarmi, ho fatto un breve calcolo, anzi avrei voluto farlo, ma poi non avendo la calcolatrice (perché ero già a letto con la luce spenta) alla fine non ci sono riuscito (non sono bravo in matematica) ma credo che nemmeno la calcolatrice mi sarebbe stata d’aiuto. Ad ogni modo, il calcolo che mi era venuto in mente era questo: allora, io come sai conosco poche persone in assoluto (non suggerirmi di uscire di più e tantomeno di frequentare qualche corso, non è questo il momento) e di queste solo pochissime (una piccolissima parte) mi racconta i propri fatti personali, ebbene, tra queste pochissime persone, all’interno di questa di persone che conosco, ecco ne ho conosciute tre (forse quattro) che mi hanno raccontato che spesso si rinchiudono nei bagni del loro ufficio, durante l’orario lavorativo. Si chiudono e sai che fanno? Piangono. Piangono a dirotto perché non stanno bene. Ti rendi conto?

Secondo te, in questo preciso momento, quante persone a Milano sono chiuse in bagno, in ufficio, a piangere?

Astrazione

Io ho sempre pensato che astrarre fosse determinate per completare un ragionamento che avesse senso e invece mi trovavo sempre invischiato in discorsi che naufragavano in considerazioni personali che riguardavano la tua esperienza e entravi in dettagli da cui poi non era più possibile uscire se non prima di aver sciolto la matassa di domande e quesiti che si formavano e che richiedevano una risposta e io, credimi, io avrei voluto dirti che se provavo, se solo cercavo, (senza essere sicuro di poter rispondere anzi con il rischio di pormi nuove domande) se solo avessi tentato, di rispondere alle tue domande (qualche idea mentre parlavi mi veniva) magari anche a quelle sottintese (che erano molte, tante quante quelle esplicite) non saremo mai potuti andare avanti nel nostro ragionamento, capisci che passare da una questione ad un’altra senza una logica, senza essere consapevoli di dove stiamo andando con le parole, è rischioso? Perché alla fine io e te, e non è la prima volta, anzi credo che sia sempre… cioè da quando ci siamo conosciuti che è così, io e te dicevo, non riusciamo mai a venirne a capo, non riusciamo mai a concludere nulla, non riusciamo a essere soddisfatti dei nostri dialoghi perché sentiamo, anche se non lo diciamo, (è una cosa che non ci siamo mai detti) ma sappiamo – percepiamo – che quando parliamo (io e te) ecco resta sempre qualcosa di irrisolto, qualcosa di inespresso, qualcosa che andrebbe finito ma sappiamo benissimo che non lo faremo mai perché dobbiamo sempre fare delle cose e dobbiamo – siamo costretti dalla vita – ad interromperci, andare a fare la spesa o forse preparare la cena, per cui ci blocchiamo e non inizieremo mai più l’argomento lasciato a metà -sospeso- e tutte quelle domande senza risposta resteranno per sempre tali.

Lo sai questo, vero?

Il Titolo più bello: risultati finali

Eccoci giunti al termine del sondaggio il titolo più bello. I risultati, sia in termini di partecipazione che di classifica sono stati per noi sorprendenti.

Al primo posto, sovvertendo ogni pronostico è giunto, con il doppio dei voti rispetto al secondo posto, “Il giro del giorno in ottanta mondi” di Julio Cortazar. Titolo incredibilmente suggestivo, ma pensavamo troppo “strano” per vincere. Invece il risultato finale arriva a contraddirci e a confermare che le persone cercano ancora attraverso la Letteratura  il sogno, cercano il viaggio, reale o fantastico che sia, cercano ciò che è surreale e andare, se possibile, oltre il quotidiano.

Al secondo posto a pari merito “Le mille luci di New York” di Jay McInerney che dimostra che la fascinazione per la Grande Mela non tramonta mai e “Chiedi alla polvere” di John Fante, che oltre ad essere un bel titolo è, secondo noi, anche uno dei romanzi migliori del ’900.

Al terzo posto ancora un pari merito: Sono l’enigmatico “Viaggio al termine della notte” del grande Cèline e il geniale titolo “Occidente per principianti” il road movie su carta, dell’unico italiano entrato in classifica, il talentuoso astro nascente, ma ormai anche una realtà della nostra Letteratura, Nicola Lagioia.

Grazie a tutti per i voti e le motivazioni con le quali avete scelto un titolo piuttosto che un altro. A presto con un nuovo sondaggio!

 

Elogio della brevità?

Si fa un gran parlare ultimamente della lunghezza dei racconti, della lunghezza dei romanzi e dei post e degli articoli nel nuovo millennio. Tutti sono abbastanza d’accordo che la tendenza è la brevità. Tutto si contrae per vari fattori, ma sostanzialmente per due ragioni: la prima è l’incapacità della mente umana ormai sollecitata da mille stimoli, dai link, dalle immagini, di concentrarsi su un unico testo; la seconda è la scomodità di leggere sul pc e quindi la perdita di attenzione che sopraggiunge inevitabilmente prima.

Ci sono però nuovi elementi che potrebbero far mutare questa previsione. I monitor stanno migliorando sempre più, l’ipad che tra poco invederà il nostro mondo in modo massivo, è un e-reader a conti fatti, in grado di sostituire addirittura le pagine di carta. Il problema dell’usabilità mi sembra già, se non a breve, superato. E una volta risolto questo problema, potrebbe tornarci la voglia di leggere articoli e post più lunghi e elaborati. Non nego che ogni tanto, quando mi imbatto in un testo online, relativo ad uno dei miei argomenti-ossessione, più sostanzioso della norma, provo una leggera eccitazione mentre mi accingo a leggere, come se il mio cervello dicesse: “oh, finalmente qui ho più informazioni, ho un approfondimento maggiore e tutto nella tessa pagina…” Sono stanco di tutti questi spizzichi e bocconi, accidenti. Ogni tanto avrei voglia che gli argomenti fossero sviscerati per bene in un unico articolo.

Altra considerazione tipica: gli anni 10, saranno gli anni del racconto e della fine del romanzo. Chi ha voglia più di sciropparsi romanzi di 400 pagine e rotti? Nessuno più riesce a mantenere l’attenzione e stare incollato ad una storia per così tante pagine. Ebbene Maximo Chehin, noto autore di racconti in questo articolo , afferma esattamente il contrario: il racconto, essendo un concetrato di idee, di caratteri, di storie, andando all’osso, non diluendo nulla, presuppone una concentrazione notevole, un’attenzione che i lettori di questo millennio non hanno più. Paradossalmente quindi è più facile leggere distrattamente, senza troppa fatica, le pagine semplificate, più lente, “annacquate” in senso buono, di un bel romanzone.

Questa considerazione mi fa venire in mente Umberto Eco che in passato aveva tentato di riproporre i tre moschettieri in versione semplificata, tagliando quindi le lunghe descrizioni e digressioni che in apparenza non aggiungevano nulla alla bellezza della storia con il risultato di ottenere un libro, come da lui ammesso, senza alcuna suggestione, completamente mutilato del suo fascino. Altro che less is more…

La passione per la lettura

Il piacere per la lettura è facile perderlo non è una proprietà immutabile che ti resta appiccicata per sempre, basta incontrare per caso o sfortuna o consigli sbagliati, una serie di libri indigesti o che mal si adattano ai propri gusti ne bastano tre o quattro di seguito, libri che non riusciamo a finire e lasciamo sul comodino e ne iniziamo altri sperando di farci conquistare dalla lettura ma niente da fare c’è qualcosa che non va, l’ingranaggio non funziona ogni pagina è fatica, ruvida (carta-vetro), collosa.

Tutto è scritto molto bene sia chiaro ma macchinoso e la differenza non sta nella bravura-tecnica-capacità-di-costruitre-una-trama, io sento che tra me e lo scrittore ecco siamo su due lunghezze d’onda diverse e come se, per dire, fosse possibile stare assieme a tutte le ragazze belle, solo perché sono belle, fosse sufficiente quello, fosse davvero cosi, i problemi sarebbero pochi perché le ragazze belle sono tante (a prescindere dal fattore selezione che mi fa notare solo quelle belle e quelle brutte non esistono sparite dalla vista) ma quello è solo un elemento e poi provi a starci insieme e capisci che non c’entri niente tu e lei e così succede con quegli scrittori che sono bravi e tutti lo dicono ma che a te in fondo che siano bravi non te ne frega nulla.

Tu vuoi qualcuno che ti spinga a vedere il mondo in modo nuovo, vuoi uno scrittore che ti fa alzare dal letto mentre leggi disteso e ti fa camminare per la stanza in mutande avanti e indietro con gli occhi sbarrati e il viso che fa si si su e giù, cazzo questo è scrivere è come una scossa di adrenalina e lo invidi perché nel testo lui fa scorrere la vita e fa scorrere tutto che ciò che avresti voluto essere e che ti fa tornare adolescente quando ancora la tua vita era aperta a mille possibilità e – potevi o credevi – di poter decidere che tipo di vita fare.

Self Publishing e recensioni

E chi l’avrebbe mai detto? La recensione si posiziona al centro del nuovo mercato editoriale. E la sua importanza crescerà sempre di più, se i libri a breve non dovranno più attendere di essere valutati da un editore (spesso autoproclamatosi esperto) per vedere la luce, ma verranno subito auto pubblicati dall’autore entrando immediatamente nel mercato. Saranno poi le valutazioni dei lettori, le recensioni appunto,  a decretarne il successo o meno. Se il libro è buono, le recensioni positive  ne condizioneranno la visibilità. I libri in Self Publishing, entreranno nelle community dei lettori e lì si muoveranno, compariranno nelle classifiche dei libri meglio recensiti, nelle classifiche dei libri più scaricati, nelle classifiche dei libri più venduti. Questo ovviamente, se avranno i numeri per farlo.
E’  simile a quello che offre ilmiolibro.it, anche se al momento ilmiolibro.it propone solo il servizio di pubblicazione cartacea e ad un prezzo troppo elevato. I costi possono essere ancora inferiori in realtà. Un libro di 150 pagine in versione cartacea, può essere venduto a 5.00 euro grazie alla tecnologia attuale. Inoltre, è essenziale integrare l’offerta con gli ebook. Ogni libro deve in questo momento offrire la doppia opzione: libro cartaceo print on demand e ebook. Simplicissimus può essere un buon modello. Però in questo caso il problema è opposto: è necessario aggiungere il print on demand. Tra qualche anno probabilmente non sarà più necessario ma al momento in Italia è indispensabile (quanta gente ha un ereader in italia?)
Ad ogni modo, ebook o libro cartaceo che sia, ciò che spingerà in alto le vendite di un libro sarà il passaparola tramite le community e i social network. Saranno le care vecchie recensione, ma non più quelle dei vecchi tromboni pseudointellettuali chiusi nelle loro torri d’avorio completamente estranei al mondo circostante. Saranno le recensioni di tutti noi. Le mie e le tue recensioni.  Prepariamoci tutti a scrivere recensioni, a consigliare gli acquisti. E’ una forma più democratica, no?

Elogio del Collage narrativo

Mi basta passare ai posteri come quello del taglia e cuci.

James Joyce

 

Il Collage è la dimostrazione dei tanti che diventano uno, con l’uno che resta sempre irrisolto per colpa dei tanti che continuano ad avere un peso. Tutte le definizioni di montaggio hanno un comunue denominatore: sottointendono che il significato non si trovi in un frammento ma sia dato dalla giustapposizione dei frammenti.

Lev Kulesov, uno dei primi registi russi, alternò le immagini del volto impassibile di un attore con quelle di una scodella di zuppa, di una donna in una bara e di un bambino con in mano un giocattolo. Gli spettatori del film elogiarono la recitazione dell’attore: per quanto distaccato, videro nel suo volto fame, dolore e affetto. In altre parole videro quello che non c’era nelle immagini slegate. Il significato e l’emozione non erano dati dal contenuto delle singole immagini ma dal rapporto tra un’immagine e un’altra.

Il romanzo collage di Renata Adler, “Speedboat“, appassiona per i frenetici e irregolari cambiamenti di accento e tono della voce. Si confida, ragione, racconta una storia, snocciola aforismi, liquida aforismi e poi liquida il tutto. Se in un paragrafo è criptica, in quello dopo è chiara. Cambia argomento come un genio schizofrenico e rende irrazionale una cosa sensata. idee, esperienze ed emozioni sono inscindibili. Cosa dirà adesso? Il libro prende forma: le immagini ricorrono, le idee si intrecciano, i nomi riappaiono. “Non fidatevi mai fino in fondo di me”, dice e così dobbiamo continuare a leggere, perché sappiamo che esisterà sempre un altro punto di vista in ogni caso. E ci chiediamo: per quanto riuscirà a tirare avanti così?

Questo è un esperimento di plagio creativo.

Il libro è anche un soprammobile

Come faranno i libri a resistere all’impatto degli ebook? Resteranno oggetto di culto per nostalgici? Per quanto mi riguarda, al momento, convivo felicemente con entrambi i formati che trovo perfettamente sovrapponibili. Sono felice che esistano i libri elettronici perché rivaleggiano con i libri, e sono certo che la “selezione naturale” stabilirà una divisone del lavoro e delle funzioni in modo ottimale.

Ebook e libri di carta sono due oggetti simili ma non identici, e se diamo retta a Marshall McLuhan, non possiamo sottostimare l’importanza del mezzo su cui il contenuto è veicolato (il mezzo è il messaggio).

Se andiamo a vedere la storia dei media, non è mai avvenuto che un media nuovo abbia scalzato in modo veloce e definitivo un altro. I media convivono insieme per molto tempo. La stampa non ha spazzato via i manoscritti che hanno continuato a esistere per centinaia di anni. Si sono ridotte le sue funzioni, il nuovo mezzo si è impossessato di funzioni che svolgeva meglio del vecchio. La tv non ha eliminato il cinema, eppure entrambi trasmettono immagini.

Il libro di carta dovrà specializzarsi. Non ha senso continuare a produrre milioni di copie di Sidney Sheldon a pochi euro. Centinai di  pagine di carta giallognola ed economica per un libro che una volta letto può essere cestinato come un quotidiano, sono un inutile spreco. In quel caso una versione digitale è sicuramente migliore. Ma come la mettiamo, ad esempio, con un oggetto come il Libro rosso di Jung?

Il Libro rosso è a tutti gli effetti un libro d’arte di superiore qualità e non potrà mai essere sostituito dal libro digitale. Ma senza arrivare a questi oggetti, anche i libri della Isbn edizioni, della Minimum fax o della Adelphi per me hanno ancora un valore maggiore su carta: perché in quel caso acquisto un oggetto e non solo il contenuto. Il libro è anche un soprammobile, e non è cosa da poco, se permettete.

Ti piace la trama?

Ho visto un film francese con Audrey Tautou. Si chiama Nowhere to Go But Up“. Un film carino che mi ha divertito molto. Sono andato  a leggere la recensione su Mymovies.it e dicevano che nella prima parte il film sembra andare a tentoni, senza un centro, poi, piano piano, prende una linea narrativa più solida, che lo porta al finale. Ecco, ci sono rimasto male. Per me si trattava giusto dell’opposto: la prima parte era vitale , procedeva a tentoni si, senza un centro, e per fortuna! Era come la vita di tutti noi e io mi immedesimavo! Le battute erano fulminanti, intelligenti o comunque, divertenti.  Poi, quando è subentrata la trama, per arrivare ad una conclusione della pellicola, ecco fare capolino gli stereotipi, ecco che si iniziavano a sentire gli ingranaggi narrativi. E tutto è diventato prevedibile, scontato, banale quasi, facendo scadere di molto l’attrattiva del film.

Questo meccanismo è ancora più evidente in “Pretty Persuasion” di Marcos Siega con la talentuosa Evan Rachel Wood (nella foto). Film a dir poco geniale nel primo tempo, un po’ più macchinoso nella sua seconda parte in cui subentra una sorta di plot poliziesco.

“Amo la letteratura ma non perché ami le storie in sé. Trovo quasi tutte le mosse del romanzo tradizionale incredibilmente prevedibili, fiacche, improbabili ed essenzialmente inutili. Non ricordo mai i nomi dei personaggi, gli snodi della trama, i dialoghi, i dettagli dell’ambientazione. non mi è chiaro cosa dovrebbero rivelare sulla condizione umana narrazioni simili. Invece sono attratto dalla letteratura come forma di pensiero, di coscienza, di sapienza. Mi piacciono le opere che mettono a fuoco non solo pagina dopo pagina ma riga dopo riga quello che importa veramente allo scrittore, invece di sperare che tutto questo emerga chissà come misteriosamente dalle crepe della narrazione, che è quello che oggi accade in quasi tutti i racconti e i romanzi. Le opere collage parlano quasi sempre di -quello di cui parlano- , che potrà sembrare un tantino tautologico, ma quando leggo un libro che mi piace davvero, sono emozionato perché sento l’emozione dello scrittore che in ogni paragrafo sta palesemente esplorando il suo soggetto.”

David Shilds

Helene Hegemann è una Neonista

Dove sta il confine tra plagio e utilizzo creativo delle fonti? Se il primo è sicuramente da condannare, il secondo invece è, a mio avviso, un’operazione creativa che solo un bravo autore/artista è in grado di fare.

A partire da William Burroughs e la sua tecnica di taglia e incolla, la creazione artistica mediante l’utilizzo di selezionate opere del passato è stata da sempre utilizzata. Spesso con risultati strabilianti.

Nella musica gli esempi sono migliaia. L’Hip Hop si basa sul campionamento di opere altrui; E spesso, l’opera derivata è migliore dell’opera originale. Prendiamo i Daft Punk. La loro arte sta nel carpire un frammento di una canzone del passato, (principalmente un elemento non principale, secondario) modificarlo e porlo al centro della nuova canzone. La loro è un’opera di ri-attualizzazione e di creazione di valore. Non è questa un’operazione creativa? Io ritengo di sì.

Questo video ci svela da dove i Daft Punk hanno preso i campionamenti per alcune delle loro canzoni:

Ecco quello che sostiene Umberto Eco a proposito del copia e incolla usato dagli studenti:

[…] lo studente può presentargli un testo senza errori e formalmente corretto ma tratto direttamente da Internet col sistema ‘copia e incolla’. Su questo aspetto, non bisognerebbe drammatizzare: in fondo, copiar bene è un’arte. E nemmeno facile. E dunque se uno studente è padrone di quest’arte va premiato con un voto buono. Inoltre, non dimentichiamo che qualche anno fa, quando Internet non esisteva ancora, ogni studente poteva scopiazzare con facilità da un qualsiasi libro preso in biblioteca. E dunque, alla fin fine, la cosa non cambiava (a parte che serviva più tempo e più fatica manuale). Ma un bravo insegnante si accorgeva (e si accorge) sempre se un testo è copiato male e alla “va là che va ben”.
Alcuni studiosi pensano che anche i difetti di Internet possano venir usati in modo educativo.[...]

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