Per cominciare lanciamo i falafel

Scrivo poco ultimamente. Preferisco leggere, l’attività più gratificante, come suggeriscono i saggi di tutti i tempi.
Non posso però esimermi dal suggerirvi la visione di  “Per cominciare lanciamo i falafel” di Valentina Sutti. Si tratta di un teaser, cioè un assaggio di quello che potrebbe essere il film intero.  Ma voi lo potete vedere come fosse un cortometraggio, perché per quanto abbia la capacità di “suggerire” il film, resta un prodotto godibile di per sé.
La regista ha veramente un talento fuori dall’ ordinario. E non bisogna essere dei grandi critici per riconoscere il talento quando c’è.
Ma prendiamola alla larga. Almeno un po’…
Come dice il critico d’arte Bonami esistono veri artisti che hanno successo e veri artisti che non hanno successo. Poi, ci sono non-artisti che hanno successo e non-artisti che non lo hanno.
Ad esempio, nella musica,  Max Pezzali è un non artista che ha un grande successo (almeno è simpatico), mentre Umberto Palazzo è un vero artista che però non ha successo, (o almeno non quanto meriterebbe). Nel cinema Tarantino ha talento e ha successo, Guy Ritchie non ha nessun talento e ha successo comunque.
Nel mondo della letteratura, Paolo Roversi non ha talento e ha successo, mentre Federico Ligotti che talento ne ha da vendere non ha l’attenzione che si merita.

Valentina Sutti invece è una regista di grande talento che avrà successo. Fa male vedere prodotti tanto intelligenti come il suo faticare a trovare i finanziamenti per approdare alla grande distribuzione, mentre Fausto Brizzi butta via migliaia di euro in storie banali di nessun interesse artistico. Speriamo solo che i Maya mantengano le promesse e spazzino via questo sistema e tutta questa brutta arte, ristabilendo almeno un po’ i valori in campo. Sì perché di buona arte ce n’ è proprio bisogno, non è un particolare così trascurabile. L’arte è un bisogno primario dell’essere umano, da sempre. È una cosa seria in fondo. Non può essere lasciata in mano solo ai figli di papà, ai furbastri e ai grandi gruppi economici.

Il teaser iniza così: “Zaki, capelli bianchi  e una pancia che sfiora tutto e un volto scolpito, profondo. Nessuno potrebbe dire con esattezza l’eta di questo uomo, dai 50 ai 70. Questo ventennio è l’ultima certezza che abbiamo.”
Io adoro opere narrative di questo tipo, in cui emergono, come dal subconscio, queste immagini, immagini così intime. Nel momento in cui la voce fuori campo ha pronunciato questa frase, io ci sono rimasto di sasso. Si, perché stavo pensando esattamente alla stessa cosa. “Quanti anni avrà questo uomo?”  Come se la voce fuori campo mi stesse leggendo nella testa, come se l’ autrice mi fosse entrata nel pensiero. “Ma come ha fatto?” Va bene leggere nel pensiero, ma considerando che il teaser non è opera teatrale, che quindi viene realizzato inevitabilmente prima della sua proiezione, questo significa che la regista è riuscita a leggermi nel pensiero dal passato. Un virtuosismo!
Il fatto è che nei 15 minuti circa di questa visione di sorprese simili ce ne sono molte.
E poi, altra considerazione:  ma che differenza c’è tra gli attori professionisti e gli attori non professionisti? I ragazzi che prendono parte a questo lavoro sono credibili quanto gli attori più blasonati. D’accordo che come diceva Fulci, un bravo regista farebbe recitare bene anche le pietre ma a me sembra  ci siano nel mondo del cinema in Italia disparità di visibilità che non si reggono effettivamente sul valore. Basti pensare che questo teaser è stato quasi interamente autoprodotto mentre il figlio di Cristian De Sica,  gira filmacci orrendi a budget stratosferici.
Io mi auguro che Valentina Sutti riesca a trovare i finanziamenti per dare ampio respiro al suo progetto, alla sua opera narrativa, che alterna momenti leggeri a momenti molto drammatici, immagini attuali, direi immanenti a immagini universali, archetipe e al di là del tempo, che procede alla frammentazione narrativa per trovare alla fine un unicuum narrativo.
E alla fine, inevitabilmente, ci identifichiamo in tutti i suoi infiniti frammenti.


Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra

20111205-114041.jpg

«È quasi un mese ormai che non rifaccio il letto, l’ipocondria mi ha preso m’ha ingarbugliato il petto, si sta così ancora un po’ sbalorditi e senza volontà.»

Esistono personaggi nella scena musica italiana che non hanno intenzione di primeggiare. Fanno il loro mestiere, lo fanno meglio di molti altri, ma non si parlano adosso, non spiegano che sono migliori, non cercano ossessivamente di convincerci che sono i più bravi, non lavorano ad eventi di facciata per promuovere la cultura o tanto meno la scena rock italiana, che in fin di dei conti, lo sappiamo bene, appartiene ai soliti noti, una casta fintamente democratica (come tristemente accade in tutti i settori in Italia, dalla politica alla letteratura, al cinema, come ben diceva Castellitto in quel film, non del tutto riuscito, di Virzi “Caterina va in città”: solo chi appartiene a “conventicole” avrà la strada spianata)

Palazzo con il passare degli anni e degli ottimi album prodotti ha aumentato la sua popolarità, e la sua rispettabilità è naturalmente cresciuta. Probabilmente troppo diretto e onesto intellettualmente per piacere a chi conta, non appartiene a nessuna cricca di sorta. Il suo ultimo lavoro dimostra in modo inequivocabile la sua propensione ad essere un outsider, un indipendente al 100 per cento. Il suo “comporre” è caratterizzato da un lato da folgorazioni poetiche istantanee di rara bellezza e dall’altro da uno studio e da una ricercatezza puntigliosa, ad esempio nella ricerca del suono giusto al momento giusto. Umberto ha il buon senso di sapere porre dei limiti all’estro creativo, ha l’intelligenza di far precipitare le sue idee in brani solidi e strutturati.

Il suo talento poi si estrinseca nella sua capacità di armonizzare e amalgamare elementi sonori più disparati (sono presenti un mescolanza di suoni che fanno pensare, immaginare, sia ad un torrido sud ma anche, per converso, ad paesaggio nebbioso e tipicamente inglese) in un flusso indistinto di suoni e visioni che ci ipnotizzano e allo stesso tempo graffiano in profondità la nostra anima. La sue canzoni scavano dentro e, per quanto nessun elemento della sua musica sia fuori posto, non sono canzoni perfette, perchè quello che conta è la ricerca di Umberto, la sua tensione verso la bellezza oltre le mode, oltre il contingente, oltre la propria idea di musica, oltre se stesso, per avvicinarsi pericolosamente a quel territorio indefinito dove l’arte con la A maiuscola dovrebbe traghettarci.

Superfluo parlare a quali artisti paragonare un album originale come questo, anche se la presenza di Nick Cave è evidente, magari solo per un passaggio, un intuizione, una parola…ma si sa che i riferimenti che si citano hanno il tempo che trovano, dipendono più dalla passioni dell’ascoltatore che dalle reali influenze del cantautore.
Un album importante, bello ed estremamente serio, che probabilmente passerà inosservato, di un autore maturo e che crescendo, come tutti i veri autori, sta mettendo a frutto la sua esperienza di musicista e uomo.
Ascoltalo in streaming su rockit

Qualcosa che mi sfugge

A me “Dance Dance Dance” di Haruki Murakami non è piaciuto. Ma se lo scrittore giapponese è addirittura in odore di Nobel, c’ è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Poi, ha milioni di fan appassionati in tutto il mondo,  c’è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Un po’ come per Vasco Rossi che a me non piace, ma che se è venerato come un Dio (un dio) da milioni di italiani, c’è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Poi mi viene in mente la famosa frase: “mangiate merda, milioni di mosche non si possono sbagliare”.
Si, perché una frase del genere ti viene in mente, in situazioni come queste, non c’è niente da fare.
Perché non mi è piaciuto Dance Dance Danche di Haruki Murakami?
Perché le considerazioni presenti in questo libro mi sembrano piuttosto normali, pensieri che si possono sentire al ristorante la sera, quando si è un gruppo di amici, con una bottiglia di quello buono sul tavolo ( e vi giuro che non esco con grandi intellettuali…)
E mi torna in mente Vasco Rossi.
Non mi è piaciuto perché l’ho trovato molto ripetitivo.
Non mi è piaciuto perché la trama si sfilaccia e si risolve in un niente. Un niente voluto sicuramente (per creare questo effetto onirico…), ma resta sempre un niente. A me va bene che la trama si sfilacci, ma almeno vorrei considerazioni stranianti, punti di vista nuovi e originali. Se non ci sono questi elementi, almeno che funzioni la trama! Non posso accettare l’assenza di entrambi.
Non mi è piaciuto perché i personaggi sono poco approfonditi (sembrano più dei disegni manga, con tutto il rispetto per i manga), e si muovono seguendo dei clichè.
Nonostante questo, ho finito le 400 pagine piuttosto velocemente.
Come mai, visto che non mi piaceva per nulla?, mi sono chiesto.
Non lo so. Deve essere per qualche cosa che sicuramente mi sfugge.
Voto 2/5

 

Terra di uomini liberi

Ho finito da poco di leggere “Terra di uomini liberi” il primo romanzo della rumena, naturalizzata francese, Liliana Lazar.
Perché l’ho letto? Come mai l’ho scelto in mezzo alla sterimata mole di libri presenti nel mercato? È una domanda che mi sono posto una volta terminato.
Per tre motivi, fondamentalmente.
Primo motivo. La recensione del premio Nobel Le Cleziò nel Corriere della Sera che lo esaltava.
Secondo motivo. L’ambientazione del romanzo: la Romania. Ho visitato circa un anno fa quei luoghi e avevo voglia di risentire i sapori, di rivedere quei paesini rurali persi tra le montagne, persi nel nulla, tra leggende e medioevali superstizioni.
Terzo motivo. Volevo, per la prima volta in vita mia, leggere una storia gotico rurale e questo libro mi sembrava proprio quello che faceva per me.

Il mio giudizio sul romanzo è fondamentalmente positivo. L’ho letto in meno di una settimana, tra impegni vari. Niente male, quindi… scorre che è una meraviglia, ma, come quasi sempre succede, c’è una sproporzione evidente tra la prima parte e la seconda. Mi è tornato in mente Shilds quando parla dei rumori degli ingranaggi narrativi. Nella seconda parte del libro questi rumori si fanno sempre più evidenti. Se nelle prime pagine la scrittrice sembra andare a briglie sciolte e i personaggi hanno un’energia magnetica che tiene il lettore incollato alla pagina, successivamente, proprio per l’esigenza di dare ordine alla “storia” e di arrivare ad una conclusione narrativamente accettabile, la scrittrice addomestica la vicenda, sottraendone di conseguenza l’energia creativa. Considerando ad ogni modo che è il suo primo libro mi sento di consigliare (ci sono momenti in cui si ha bisogno di leggere storie non troppo dense e impegnative)  questa movimentata favola gotica.

Voto 3/5

Dio Ingannatore

Come dice la madre del protagonista di questo romanzo, devono accadere due cose brutte prima che accada una cosa bella.
Io quindi ho dovuto leggere due romanzi brutti, di autori tra l’altro blasonati e molto publicizzati, prima di imbattermi in questo intelligentissimo romanzo di Maurizio Asquini. Si intitola “Dio Ingannatore”, della Caputo Edizioni e so che questo titolo ha suscitato molteplici reazioni di protesta da parte di molte persone che hanno sentito offeso il loro spirito religioso. Probabilmente nessuno tra queste persone ha letto veramente o capito il libro, nel quale nulla di offensivo verso la religione è presente, Anzi! A ben vedere io ci ravviso una sorta di pietas, da parte dell’autore, verso uno dei protagonisti, macchiatosi dei peggiori reati nella storia delll’umanita. Un portentoso esempio di perdono, una delle massime espressioni virtuose della religione cattolica cristiana.
Fortunatamente non tutti si sono fermati superficialmente al titolo, ma hanno approfondito il testo; prova ne è il numero di premi e riconoscimenti letterari che ha ottenuto.
Il libro è proprio di quelli che piacciono a me. Nascosto tra le crepe di una scrittura semplice, fintamente infantile si nasconde il profondo mistero della vita, le sue ineffabili contraddizioni, il suo mistero insondabile per noi umani. Una storia che prende l’avvio in modo apparentemente convenzionale, ma via via si trasforma in qualcosa di bizzarro, affascinante, di straniante anche, proprio per il particolare e originalissimo rapporto che si instaura tra i due protagonisti (un ex gerarca nazista e un ragazzino con problemi cognitivi) che ti tiene incollato alle pagine fino alla fine. Un libro che inizialmente sembra piano, intimo, ma lentamente acquista una forza dirompente, rivoluzionaria direi. Da minimalista a massimalista. Per certi versi ha una potenza religiosa, si. Consiglio fortemente la lettura di questo libro, che oltre ad essere scorrevole e molto piacevole nella lettura ha una qualità tipica dei romanzi intelligenti. Dopo che lo hai chiuso, resti a guardare fuori dalla finestra e a riflettere per un po’ di tempo…

Long Island è a sud di Atene

Recensione di Barbara Usanza

Ho letto Sag Harbor di Colson Whitehead in Grecia, ospite nella casa al mare della famiglia di mio cognato. La prima cosa che ho notato è stato un fenomeno che io ho interpretato come qualcosa di magico o un segno del destino, cioè man mano che leggevo la colla si staccava dalle pagine appena lette e io le conservavo nel risvolto di copertina. Mia sorella più pragmatica mi ha fatto notare che probabilmente era per via del caldo, del vento e dell’acqua salata ma soprattutto per l’edizione Mondadori, conferendo a questa osservazione un connotato sarcastico-politico degno delle migliori teorie complottistiche, alla faccia del pragmatismo.

Le mie giornate si svolgevano in gran parte in questa casetta con giardino in una cittadina di mare a 50 chilometri a sud di Atene, il mare degli ateniesi insomma, diviso in due dalla superstrada, lato mare i villoni dei ricchi e un bel resort, lato interno le casette di famiglia della gente normale.

Il primo giorno non sono andata al mare, mia sorella e mio cognato passano l’estate lì ma non ci vanno mai e trascorrono il tempo tra giardinaggio, lavoretti vari e filosofie. L’unico ad andarci è mio nipote tredicenne con la sua compagnia di ragazzi del luogo, e io lo invidio tantissimo perché parla italiano e greco e pure con l’inglese se la cava alla grande, forse meglio di me. Un giorno li ho incrociati nella spiaggetta più vicina alla nostra casa, quella fica con il baracchino lounge, ero al banco per prendere una bottiglia d’acqua ed è arrivato mio nipote che mi ha chiesto se avevo 60 centesimi che gli mancavano per comprare non so cosa, io gli ho dato un euro e mi sono commossa, e ho capito di essere diventata vecchia.

Altro episodio che mi è rimasto impresso è stato quando stavo uscendo di casa per una passeggiata insieme a mia sorella e abbiamo visto mio cognato che camminava a testa bassa e con aria sconsolata e quando gli ho chiesto da cosa derivava questo sconforto mi ha risposto “eh, stavo andando a comprare le sigarette ma è arrivato quello lì e mi ha portato via tutti i soldi”, riferendosi sempre al vero protagonista di questa storia, Alexis, suo figlio, mio nipote.Gli ho dato 3 euro, lui si è commosso e io ho sentito di avere una famiglia.

Se vi state chiedendo che cosa ha a che fare tutto questo con Sag Harbor di Colson Whitehead vi dico che quella vacanza non sarebbe stata la stessa senza Sag Harbor, e Sag Harbor non sarebbe stato lo stesso senza quella vacanza, e io che amo meravigliarmi (e lo consiglio a tutti voi, si può, fidatevi),  non ho potuto non entusiasmarmi di fronte alla coincidenza di seguire parallelamente la storia di Benji, quindicenne afroamericano che vive a Manhattan e si trova a trascorrere la sua prima estate solitaria in compagnia del fratello nella casa al mare che fu dei nonni nel Suffolk, zona popolare di Long Island e la storia di Alexis, che abita la casa al mare in Grecia che fu del nonno e la sua vita , fatta di strada e incontri e piazze, che raramente un tredicenne ha l’occasione di vivere in una grande città.

La fine della strada di Barth

Anche se si discosta leggermente dal concetto di Free Writing puramente inteso, voglio consigliare un libro, che ho terminato di leggere da poco: “La fine della Strada” di John Barth, uno dei padri della letteratura post moderna americana. Ci tengo subito a precisare che in questo libro mancano tutti gli artifici tipici di questo movimento letterario. La fine della strada è più di impostazione classica, per quanto, in contro luce, già si possono intravedere i germi di quella che sarà la cifra stilistica di questo grande autore. Consiglio il libro per la sua eleganza, la scorrevolezza, la sua intelligenza e il perfetto equilibrio tra le raffinate considerazioni filosofiche e la trama, che comunque funziona ed è avvincente. Non è facile trovare entrambi gli elementi in un unico libro. Come ho avuto modo di affermare più volte, non considero la trama essenziale, soprattutto se in nome di questa  l’autore sacrifica qualsiasi altro elemento. Non mi piaccciono i libri di pura trama perché in realtà quasi mai mi stupiscono, si riducono nella stragrande maggioranza dei casi in meccanismi narrativi scontati. Quello che fa la differenza e rende il libro unico è la voce dell’autore, il suo punto di vista. In questo consiste la sua originalità. in John Barth la trama esiste. L’autore ci ha lavorato, si capisce, ma non è centrale. E’ strumentale alla creazione di un’ opera d’arte: il suo romanzo appunto, un insieme di elementi che funzionano bene tra loro.

Lo stile di scrittura è misurato, pensato, nessun flusso di coscenza che va a scandagliare gli anfratti più reconditi della nostra mente, ma comunuqe  il libro contiene molto elementi di straniamento. Come diceva giustamente un critico in tv, di cui non ricordo il nome, “quello che rimprovero ai giallisti italiani è l’ assenza assoluta dell’elemeno straniante,  essenziale nella letteratura. E’ come se i giallisti italiani fossero degli alunni molti disciplinati che fanno bene il loro compitino, ma alla fine della lettura, manca sempre qualcosa… il sogno, l’ inaspettato, lo straniamento” Ecco, questo non succede nel libro di John Barth. Bastino due scene a rappresentarlo. Nella prima, il protagonista, il professore Jacob Horner, una sera si siede su una panchina e si paralizza. Non riesce più a trovare motivazioni valide per alzarsi. Gli capita uno di quei momenti che tutti hanno vissuto nella propria vita: la perdita di senso. Improvvisamente nulla ha più senso. A tal punto, che non trova più ragioni per alzarsi e continuare la vita di ogni giorno. Passerà l’intera notte su quella panchina, come un barbone. Questo si, che è straniante, vero? Altro esempio: Jacob con la giovane amante, mentre rientrano a casa di lei, una sera, vedendo la luce della camera del marito accesa,  propone alla ragazza di spiare il marito, perché, le spiega, lui adora guardare le persone che credono di essere sole e “non osservate”. Sporgendosi alla finestra vedono il marito, un prestigioso professore universitario, marciare in camera sua e provare passi militari. La moglie era completamente all’oscuro di questa passione dell’uomo per le parate militari… e questo? Non è straniante?

Comunicazione e nuovi media: 10 libri da leggere

Negli ultimi anni sono usciti moltissimi libri sui nuovi media, su internet, sulla comunicazione.

Saggi spesso interessanti, come la Società digitale di Giuseppe Granieri, o entusiasmanti come quello di Clay Shirky.

Spesso però, la presenza nelle librerie di troppi testi che profumano di novità, ci fa dimenticare che per riuscire a comprendere in modo completo le trasformazioni che noi (e la società) stiamo vivendo grazie a Internet, è necessario fare un passo indietro e riscorpire i classici.

L’intento di questo post è quello di fornire una breve lista di libri, dieci per l’esattezza, che a mio avviso possono essere reputati dei classici. Il libri che vi presento mi hanno aiutato a capirci qualcosa di più sulla comunicazione, su internet, sui nuovi media e sulla nostra società.
Ecco la lista:
Continue reading

Dio è nei Dettagli

Meno di zero di Bret Easton Ellis  è un capolavoro. Ci sono persone che lo trovano noioso. Sono persone noiose.

Ci sono persone che lo trovano scontato. Sono persone scontate.

Non c’è nulla di scontato o noioso qui. Certo, se vuoi la classica storiella con inizio – centro – fine ben delineati, non è il libro giusto per te.

Secondo me Meno di Zero è un capolavoro per quattro motivi.

1) I dettagli. Come diceva Ludwig Mies van der Rohe, Dio è nei dettagli. Bret Easton Ellis è un maestro a cogliere quei perticolari, quelle minuzie che rendono viva, più vera del vero l’immagine. Non ci potevo credere quando mi imbattevo in alcuni di questi squarci di verità. Mi ritrovavo a dire “cazzo, è proprio così che succede!,”  “fanno proprio così quelle persone!” Oppure a riconoscere un movimento, un’ espressione, una sbavatura di rossetto sui denti. La realtà per quella che è, brutale ed emozionante.

2) Molti riferimenti alla musica e al mondo giovanile dei tempi, i primi anni ’80 (ma questo va a gusti, per altri potrebbe essere un difetto).

3) Lo stile. Freddo, senza alcuna emozione. Di una potenza straniante.  E  tra l’altro, proprio in linea con la musica imperante del periodo. New wave, synth pop: musica squadrata, geometrica, melodie che sembrano create ad uso e consumo delle macchine, cantate da cyborg desensibilizzati dagli psicofarmaci. Ma come diceva il grande critico musicale Simon Reynold nel freddo c’è il calore. Il ghiaccio brucia la pelle no? Ci avete fatto caso? I libri che sbrodolano sentimenti spesso non producono in noi nessuna emozione se non nausea e fastidio. I libri secchi, che con una riga descrivono una scena, un incontro, una scoperta, sono terribilmente evocativi. Ho sempre trovato più emotivi ed emozionanti i Depeche Mode con le loro metronomiche cadenze robotiche di una piangente Celine Dion.

4) La trama non è  lineare ma frammentaria. La vicenda prosegue per cumuli, hai l’impressione di non capire cosa stia succedendo, poi finalmente un nuovo pezzo del puzzle si incastra e tutto è di nuovo chiaro… (ma fino a quando?) Sembra un collage, è sconnessa come la mente dei suoi protagonisti e tra una scena e l’altra, il cervello dei lettori lavora per cercare di collegarle e mettere ordine. Ellis non ci accompagna passo per passo, sai che noia altrimenti? Sarebbe come andare in vacanza con i genitori … Qui il lettore ci deve mettere del suo per ricostruire la storia e la personalità dei personaggi. Questa è interattività, altro che ebook aumentati, con suonini e finali multipli…

Pesca alla trota in America

Il libro culto di Brautighan “Pesca alla Trota in America” è uno di quei romanzi che nonostante non riesci a capire bene di che si tratta, che non sei sicuro ti piaccia, vuoi continuare a leggere, perché ti diverte da morire. E’ il gusto dello straniante, la voglia di stupirsi, di dire “vediamo cosa si inventerà nel prossimo capitolo – racconto.

Siamo sul genere surreale, e con surreale intendo proprio surreale surreale! Basti pensare che in un capitolo, verso la fine il protagonista entra in un negozio di ferramenta per acquistare un fiume. Si un fiume. Lo vendono al metro, pieno di trote da pescare. In un altro racconto narra di un cane di pezza (proprietà di una vecchia) che va in giro per la città e fa pipì di pezza su lampioni di pezza. E che dire del titolo? Mai visto un romanzo con un titolo del genere. E poi di riuscire a capire che cosa sia questo Pesca alla Trota in America non c’è proprio verso. In un capitolo è un personaggio che si chiama  “Pesca alla Trota in America”, in un altro capitolo è un albergo che si chiama “Pesca alla Trota in Amercia”, in un altro ancora è un’idea, un concetto, in un altro è un sogno.

Si tratta di un libro paradossale, completamente senza senso, ma questa insensatezza è la sua forza di attrazione. Ci vuole personalità (follia?) per scrivere un romanzo del genere.  Certo sapere che ha venduto due milioni di copie lascia alquanto stupiti. Che un libro così sperimentale venda così tanto penso potesse capitare soltanto negli anni ’60 e negli Stati Uniti, dove la gente era disposta a sognare, a lasciarsi andare, sospendendo ogni giudizo e godendosi il divertimento in quanto tale. Temo che ora come ora le cose sarebbero più difficili (ad ogni modo anche in quei tempi le case editrici avevano dimostrato la loro incapacità di leggere i tempi:  Brautighan ci mise sei anni per trovare un piccolo editore disposto  a pubblicarlo. Ma poi il successo fu travolgente).

Forse in un futuro (speriamo non troppo lontano) potrà succedere di nuovo, quando non saranno più gli editori a decidere cosa funziona e cosa non funziona ma saranno direttamente i lettori a deciderlo. Quando non ci sarà più questo filtro imposto e i libri avranno successo per loro stessi e non come conseguenza di una decisione presa dall’alto.

 

Proudly powered by WordPress
Theme: Esquire by Matthew Buchanan.