Astrazione

Io ho sempre pensato che astrarre fosse determinate per completare un ragionamento che avesse senso e invece mi trovavo sempre invischiato in discorsi che naufragavano in considerazioni personali che riguardavano la tua esperienza e entravi in dettagli da cui poi non era più possibile uscire se non prima di aver sciolto la matassa di domande e quesiti che si formavano e che richiedevano una risposta e io, credimi, io avrei voluto dirti che se provavo, se solo cercavo, (senza essere sicuro di poter rispondere anzi con il rischio di pormi nuove domande) se solo avessi tentato, di rispondere alle tue domande (qualche idea mentre parlavi mi veniva) magari anche a quelle sottintese (che erano molte, tante quante quelle esplicite) non saremo mai potuti andare avanti nel nostro ragionamento, capisci che passare da una questione ad un’altra senza una logica, senza essere consapevoli di dove stiamo andando con le parole, è rischioso? Perché alla fine io e te, e non è la prima volta, anzi credo che sia sempre… cioè da quando ci siamo conosciuti che è così, io e te dicevo, non riusciamo mai a venirne a capo, non riusciamo mai a concludere nulla, non riusciamo a essere soddisfatti dei nostri dialoghi perché sentiamo, anche se non lo diciamo, (è una cosa che non ci siamo mai detti) ma sappiamo – percepiamo – che quando parliamo (io e te) ecco resta sempre qualcosa di irrisolto, qualcosa di inespresso, qualcosa che andrebbe finito ma sappiamo benissimo che non lo faremo mai perché dobbiamo sempre fare delle cose e dobbiamo – siamo costretti dalla vita – ad interromperci, andare a fare la spesa o forse preparare la cena, per cui ci blocchiamo e non inizieremo mai più l’argomento lasciato a metà -sospeso- e tutte quelle domande senza risposta resteranno per sempre tali.

Lo sai questo, vero?

Radiazione cosmica

Un fruscìo un rumore costante tipo una zanzara ma con le ali più grandi, le frequenze basse di un motorino in lontananza, simile ad una stazione radio che non trasmette da anni ad una sega elettrica che taglia alberi secolari e bagnati, una lastra di carta vetro che struscia su un muro grigio e grezzo la gola di un uomo che resta paralizzata mentre si raschia la gola, insomma uno «sccccccccscccccc» costante e continuo, io ti dicevo che era una mia fissazione e che avevo paura di impazzire e tu per farmi contento dicevi che lo sentivi anche tu, che non dovevo preoccuparmi, che quel rumore, quel fruscìo, era il rumore di sottofondo del mondo, allora io ho controllato, sono fatto così non che non mi fidi di te, insomma ho fatto le mie ricerche e ho scoperto che quello che tu chiamavi sottofondo del mondo si chiama diversamente, si chiama «radiazione cosmica dell’universo» ma questo non ha importanza, però sai che da quando l’ho saputo, ecco volevo farti sapere che, in effetti, da quel giorno, io non lo sento più quel rumore e volevo ringraziarti.

Ma tu, invece, dimmi, lo senti ancora?

Long Island è a sud di Atene

Recensione di Barbara Usanza

Ho letto Sag Harbor di Colson Whitehead in Grecia, ospite nella casa al mare della famiglia di mio cognato. La prima cosa che ho notato è stato un fenomeno che io ho interpretato come qualcosa di magico o un segno del destino, cioè man mano che leggevo la colla si staccava dalle pagine appena lette e io le conservavo nel risvolto di copertina. Mia sorella più pragmatica mi ha fatto notare che probabilmente era per via del caldo, del vento e dell’acqua salata ma soprattutto per l’edizione Mondadori, conferendo a questa osservazione un connotato sarcastico-politico degno delle migliori teorie complottistiche, alla faccia del pragmatismo.

Le mie giornate si svolgevano in gran parte in questa casetta con giardino in una cittadina di mare a 50 chilometri a sud di Atene, il mare degli ateniesi insomma, diviso in due dalla superstrada, lato mare i villoni dei ricchi e un bel resort, lato interno le casette di famiglia della gente normale.

Il primo giorno non sono andata al mare, mia sorella e mio cognato passano l’estate lì ma non ci vanno mai e trascorrono il tempo tra giardinaggio, lavoretti vari e filosofie. L’unico ad andarci è mio nipote tredicenne con la sua compagnia di ragazzi del luogo, e io lo invidio tantissimo perché parla italiano e greco e pure con l’inglese se la cava alla grande, forse meglio di me. Un giorno li ho incrociati nella spiaggetta più vicina alla nostra casa, quella fica con il baracchino lounge, ero al banco per prendere una bottiglia d’acqua ed è arrivato mio nipote che mi ha chiesto se avevo 60 centesimi che gli mancavano per comprare non so cosa, io gli ho dato un euro e mi sono commossa, e ho capito di essere diventata vecchia.

Altro episodio che mi è rimasto impresso è stato quando stavo uscendo di casa per una passeggiata insieme a mia sorella e abbiamo visto mio cognato che camminava a testa bassa e con aria sconsolata e quando gli ho chiesto da cosa derivava questo sconforto mi ha risposto “eh, stavo andando a comprare le sigarette ma è arrivato quello lì e mi ha portato via tutti i soldi”, riferendosi sempre al vero protagonista di questa storia, Alexis, suo figlio, mio nipote.Gli ho dato 3 euro, lui si è commosso e io ho sentito di avere una famiglia.

Se vi state chiedendo che cosa ha a che fare tutto questo con Sag Harbor di Colson Whitehead vi dico che quella vacanza non sarebbe stata la stessa senza Sag Harbor, e Sag Harbor non sarebbe stato lo stesso senza quella vacanza, e io che amo meravigliarmi (e lo consiglio a tutti voi, si può, fidatevi),  non ho potuto non entusiasmarmi di fronte alla coincidenza di seguire parallelamente la storia di Benji, quindicenne afroamericano che vive a Manhattan e si trova a trascorrere la sua prima estate solitaria in compagnia del fratello nella casa al mare che fu dei nonni nel Suffolk, zona popolare di Long Island e la storia di Alexis, che abita la casa al mare in Grecia che fu del nonno e la sua vita , fatta di strada e incontri e piazze, che raramente un tredicenne ha l’occasione di vivere in una grande città.

Una giornata al mare

Camminavo lungo la spiaggia con i piedi scalzi e non sapevo esattamente quello che avrei fatto dopo, mi piaceva sentire l’acqua coprire i miei piedi e poi lasciarli puliti dalla sabbia certo a vederli cosi non erano proprio dei bei piedi ma io non ho mai capito come si possa dire a qualcuno “hai dei bei piedi” perché i piedi sono brutti sempre si potrebbe dire al massimo hai dei piedi meno brutti della media ma non è possibile che esistano piedi belli perché altrimenti non sarebbero piedi, si potrebbe dire guarda che bel scarafaggio? Magari esistono scarafaggi meno brutti ma non saranno mai belli.

Osservo l’orizzonte il sole sta scendendo e quasi quasi riesco a guardarlo senza socchiudere gli occhi sento solo un leggero fastidio dietro il bulbo oculare ma mi sforzo di fissarlo senza sbattere le palpebre anche se credo che mi verrà un mal di testa forte questa sera se continuo a resistere e m’immagino la palla dell’occhio che deve essere grossa come una palla da biliardo circa e chissà quanto pesa immagino di prenderla in mano e di lanciarla sul mare e farle fare alcuni saltelli-rimbalzi e allora ci provo con il primo occhio ma riesco a farne solo due che è sotto la media che è tre, mentre quattro è già un numero che fa dire cazzo bravo se c’è qualcuno al tuo fianco.

Poiché non avevo calcolato bene il peso di quella palla ed è leggermente scivolosa a causa del liquido vitreo mi è andata male allora provo con la seconda la estraggo dalla mia testa strappo i nervi e le vene che la collegano al cervello come se fossero erbacce (edera?) avviluppate alla mia palla dell’occhio bella gocciolante di sangue e altre sostanze, ma a quel punto mi rendo conto di non vedere niente buio totale e non è facile fare un lancio che stupido sono stato a non pensarci prima ma ormai è fatta ci provo allora tento di ricordare le distanze e lancio la mia palla il mio globo gocciolante con tutta la forza che ho e provo ad ascoltare i rimbalzi sul filo dell’acqua se riesco a fargliene fare più di due è già un buon risultato ma non sento bene un bambino urla mentre gioca io faccio “scccchhh che devo sentire” ma niente non ho capito, erano due o tre di certo, non quattro, ma quattro era impossibile troppo pesante e tonda solo una cosa piatta scivola sulla superficie, allora mi giro e chiedo alle persone ci sarà qualcuno che ha visto? Forse ci sono dei ragazzi, dei genitori, io vedo tutto nero mi giro e grido “quanti rimbalzi ha fatto la mia palla il mio occhio avete visto qualcuno ha visto se ha fatto più di due rimbalzi?”

Bar di notte

Oggi pubblichiamo un interessante contributo di un nostro lettore che ci ha mandato un breve testo in freewriting. Un testo quasi privo di punteggiatura, molto suggestivo, che sfrutta il freewriting nel migliore dei modi collegando le parole in associazioni cinematografiche. Eccolo:

Article by Alf

Ieri sera ti ho vista in quel bar da sola con quelle gambe lunghe e bianche il sole a Milano che non abbronza e non si sa perché tu lo sguardo di chi ne ha viste di cose testimone involontaria di una vita misera e brutale e io ti sono passato accanto forse hai pensato che ero l’uomo giusto per te con il mio passo sicuro lo sguardo volitivo il fare indifferente e mi guardavi desiderosa sentivo il peso dei tuoi occhi nei miei passi e io elegante come un felino scivolavo non camminavo in quel putrido bar notturno pieno di segatura nel pavimento umido di alcool e vomito e prima che te ne accorgessi mi sono dileguato – sparito – io una figura fumosa chandleriano nel mio incedere da sogno estivo forse causato dalla vodka e dal caldo e dal ghiaccio ma non pensare che non ti abbia notato ho visto la tua malinconia e nei tuoi occhi il riflesso di tutti i sogni infranti.

Un altro mondo

Avevo finito da pochi giorni il romanzo “Pesca alla Trota in America” di Brautigan. Ero in treno e stavo leggendo il primo racconto della raccolta “Finzioni” di Borges. In questa vicenda, il grande scrittore argentino narrava di un mondo, interamente inventato da un gruppo di uomini: intellettuali, scienziati, storici, etnologi, biologi, ingegneri, linguisti. Un gruppo di squinternati, che avevano scritto libri su libri nei quali descrivevano la storia, la geografia, il grado di progresso tecnologico, gli usi, i costumi, la letteratura, la lingua, l’arte, le guerre, di questo pianeta interamente inventato dalle loro fervide menti. Lentamente però questa realtà immaginata inizia ad espandersi e avere contatti con la nostra realtà, a materializzarsi (ad esempio vengono ritrovati  oggetti, monili, facenti parte dell’arte del mondo inventato) fino al punto di fagocitare interamente il nostro mondo.

Arrivato a casa dei miei genitori sono andato a fare una passeggiata. Mi piace vedere i mutamenti del mio paese rispetto a quando ero piccolo. Mi diverto a fare quello che Debord chiamava Deriva, un’esperienza attiva di psicogeografia.

E quando sono arrivato in piazza a Castello di Aviano, sulla bacheca a fianco del vecchio bar ho trovato una manifesto pubblicitario che diceva “Pesca alla trota ad Aviano”.

Che strano effetto mi ha fatto! Ha creato immediatamente in me le suggestioni surreali del libro di Brautigan, “Pesca alla trota in America”,  mescolate con la realtà del mio paese. Che straniamento! Poco ci mancava che vedessi Brautigan uscire dal vecchio bar. Il gorgoglio dell’acqua della fontana dietro di me, ero lo stesso dei ruscelli del Montana. Sono dovuto entrare al bar e farmi un bel bicchiere di rosso per tornare interamente nel mondo reale.

Effettivamente aveva ragione Borges. La letteratura e quindi i mondi immaginati da una persona possono attraverso delle brecce (il poster, in questo caso) invadere il mondo reale. La mente di un americano morto suicida nel 1984(Brautigan)  ha creato una realtà alternativa, una bolla estranea al reale, che venticinque anni dopo, per mezzo di un poster affisso nella piazza di Castello d’Aviano, in Friuli Venezia Giulia, mi ha inghiottito e ha invaso il mio paese natale,  mescolandosi a questo e creando in tutto e per tutto un altro mondo.

Il catorcio

Tre anni fa, avevo un’ Audi 80. Era del 1989, cadeva a pezzi, ma era una meraviglia. Il motore funzionava come un orologio svizzero, ma la carrozzeria iniziava a cedere, tenendo presente poi che non aggiustavo mai le ammaccature e le botte che prendeva (ed erano tante, visto che non avevo il box e la poverina se ne stava tutte le notti in strada).
Spesso, di mattina, trovavo sul parabrezza un bigliettino, nel quale ci stava scritto “acquisto auto guaste, usate, disastrate.”
Ci restavo male. Spesso su tutta la fila di auto, solo la mia aveva quel bigliettino. Era brutto perché mi rendevo conto in quel momento che la mia macchina era veramente un catorcio. Visibile a tutti. Una cosa chiara al mondo.
Poi sono andato in Messico 20 giorni e quando sono rientrato a casa, la mia auto non c’era più. Qualcuno l’aveva rubata. Fu ritrovata pochi giorni dopo la mia denuncia. Era stata il ricovero di qualche barbone per alcuni giorni. Non potevo guardarla. Era in uno stato pietoso, assolutamente irrecuperabile. L’ho fatta demolire. Non avevo scelta.

Alcuni mesi dopo ho acquistato una Y10 usata. Una bellezza. Un’ automobile normale, come tutte le altre. Col suo bel colore grigio metalizzato, pulita pulita. Ero felice. Mi mancava la mia Audi 80, ma la nuova auto era più rilassante. Mi sentivo accettato. Basta commenti di scherno. Un uomo normale.
A settembre però, in una manovra, ho ammaccato in modo grave il paraurti. La settimana scorsa, entrando velocemente in un parcheggio, ho sfasciato la portiera destra contro un piccolo camion.
Ieri sera, fuori dal ristorante, ho trovato, infilato nel parabrezza della mia Y10, un bigliettino con scritto “acquisto auto guaste, usate, disastrate”
Da ieri, 30/06/2011,  dopo solo tre mesi dall’acquisto, sono di nuovo, ufficialmente, proprietario di un catorcio.

Mi oppongo al mio popolo


Non potevo più sopportare di vivere in quello stato. Passivo. Doveva succedere qualcosa, era necessario per la mia sopravvivenza. Una volta pensavo che lasciare appassire le sensazioni, i sentimenti sarebbe stata l’unica soluzione per non soffrire. Avevo preso una strada, un percorso che io chiamavo di ascesi ma che in realtà era di annichilimento. Assorbivo tutto il male del mondo, tutte le cose che mi facevano contorcere lo stomaco e – mediante dei respiri profondi – riuscivo a trattenerli, incanalarli. Avevo pensato che anzi, sottoporsi quotidianamente a fatti e eventi irritanti mi avrebbe fortificato. Volevo diventare invincibile. Intoccabile. Primus super pares.

E allora mi infilavo nel traffico milanese il lunedì mattina: auto rabbiose guidate da volti tesi, isterici. Clacson urlanti sotto la pioggia battente di dicembre. Sbuffi di gas di scarico e nervosismo contagioso. Io guidavo leggiadro, rispettando le regole. Certo le prime volte non era stato facile mantenersi calmo, rilassato, quando l’arroganza ti sorpassa a sinistra o quando la maleducazione preme sul paraurti posteriore. Ci sono voluti mesi di pratica, di respiri profondi ma poi tutto è passato. Tutto dentro di me: inghiottito.

Poi la sera accendevo la Tv. Un tempo mi allenavo con Maurizio Costanzo. Devo molto a Maurizio, è stato un maestro. Le sue battute, la sua incapacità di capire e di sputare sentenze. I suoi pregiudizi e la sua sicumera mi hanno temprato, modellato. Devo dire grazie a lui se ora guardando sua moglie non provo niente, nessun fastidio. Non mi interessa se quella scuola crea mostri come Marco Carta. Non provo niente. Sono immune. O almeno pensavo di esserlo. Lo pensavo finché non ho scoperto che di notte sono sonnambulo. Non pensate a cose strane, tipo doppie vite avventurose. Mentre dormo, mi alzo, accendo il computer e scrivo. Scrivo poesie di resistenza civile. E’ il mio modo (il modo del mio inconscio) di sfogare la rabbia, che assorbo durante il giorno. Ve ne faccio leggere una:

Nel pieno delle mie facoltà, mi oppongo

al mio popolo: cavernicoli*

*Breyten Breytenbach

Il vampiro Emil Cioran

Quando ho attraversato la Romania a piedi circa due anni fa ho subito molto il fascino della Transilvania e dei suoi piccoli paesi agricoli, con i maiali che attraversavano la strada sorridenti e rischiavi anche di schiacciarli con la Bravo e i cavalli che trascinavano carri con sopra contadini sdentati che salutavano allegri (fottendosene dei loro non denti).
Ricordo che da un castello vampiresco guardavo uno di questi villaggi, un agglomerato di casupole, poco più di capanne e gli orti, i pollai e i cortili, attraversati da donne vestite di scuro, con i capelli coperti da fazzoletti e bambini magri magri, come rami di acero, io guardavo tutto attorno (c’era un po’ di nebbia) e mi chiedevo: è possibile che da un posto del genere, così dimenticato da Dio e dagli uomini, possa essere mai uscito qualche grande uomo, qualche grande personalità della storia, della politica, dell’arte, della cultura. Può un luogo così arretrato dare i natali a qualche grande talento?

Ieri ho preso in mano per caso i “Quaderni 1957 – 1972” di Emil Cioran, un capolavoro assoluto, che non leggevo credo da venti anni circa e mi ero dimenticato che era Rumeno Emil Cioran. Ho letto il paese da dove veniva: si chiama Rasinari ed è in Transilvania, vicino a Sibiu, esattamente nella zona dove io guardavo, dal castello vampiresco, l’agglomerato di case attorno, e mi chiedevo, ma può un posto del genere creare un genio?
Avevo, due anni dopo, la risposta.
E finalmente capivo anche perché Cioran era così ossessionato dall’idea del suicidio.

Guerrilla Gardening

Ieri, spulciando nella mia libreria, mi è tornato alla mente un romanzo di circa centocinquanta pagine che avevo acquistato anni fa in un mercatino di libri usati in Porta Venezia. Si chiamava “Brasilia”.

Me lo ero completamente dimenticato. Chissà che fine ha fatto? Era stato pubblicato negli anni ’60, da un certo Enrico Ballaben e potrebbe essere l’antesignano del Guerrilla Gardening. Pubblicato in tempi assolutamente non sospetti, narrava azioni di giardinaggio illegale perpetrate da un certo Nazzareno Guerrini, magistrato, ricco, annoiato, appartenente  alla borghesia Milanese, che ad un certo punto del racconto si innamora di una certa Fernanda, brasiliana nativa di un piccolo villaggio nei pressi di Brasilia.

Fugge con lei, lasciando moglie e tre figli piccoli di cui uno grasso, per andare a vivere a Brasilia. Ma la frequentazione della ragazza e della sua famiglia risveglieranno in lui questo fortissimo spirito ecologista sopito da sempre, e inizierà ad organizzare azioni sovversive di giardinaggio consapevole per regalare un po’ di verde e di respiro a quella città di cemento, monumento all’inorganico, morta ancora prima di essere nata.

Da qui il libro si dilunga nelle descrizioni di queste azioni ambientaliste: occupazioni non violente di lembi di terra abbandonati, bombe di semi di gerani da gettare nei cantieri di notte, concimazioni selvagge, potature dalla forte connotazione politica, irrigazioni sovversive. Il protagonista morirà da eroe cadendo da un tetto mentre cercava di piantare un cactus tra due tegole.

Così sono uscito di corsa e sono andato a comprarmi il libro “Guerrilla gardening, manuale di giardinaggio e resistenza contro il degrado urbano” edito da Kowalski e mi sono accorto che i libri con argomento botanico o dal richiamo ortofrutticolo almeno nel titolo, vanno fortissimo in questo periodo.

Tra i libri più venduti in Italia c’è “Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh, “Dai Diamanti non nasce niente” una sorta di ironico manuale di giardinaggio pubblicato da Serena Dandini e “Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sanchez.
Chissà perché … forse come reazione da questa sbornia di social network, di virtuale, si è scatenata una voglia incontenibile di  terra, di legno, di erba, di muschio …
E pensare che una mia amica aveva detto che la natura ormai è sorpassata, fuori moda, e che nel futuro i bambini annuseranno l’odore plasticoso del mouse come fosse un bel fiore …

Se volete diventare dei giardinieri d’assalto non violento, cliccate qui.

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