Per cominciare lanciamo i falafel

Scrivo poco ultimamente. Preferisco leggere, l’attività più gratificante, come suggeriscono i saggi di tutti i tempi.
Non posso però esimermi dal suggerirvi la visione di  “Per cominciare lanciamo i falafel” di Valentina Sutti. Si tratta di un teaser, cioè un assaggio di quello che potrebbe essere il film intero.  Ma voi lo potete vedere come fosse un cortometraggio, perché per quanto abbia la capacità di “suggerire” il film, resta un prodotto godibile di per sé.
La regista ha veramente un talento fuori dall’ ordinario. E non bisogna essere dei grandi critici per riconoscere il talento quando c’è.
Ma prendiamola alla larga. Almeno un po’…
Come dice il critico d’arte Bonami esistono veri artisti che hanno successo e veri artisti che non hanno successo. Poi, ci sono non-artisti che hanno successo e non-artisti che non lo hanno.
Ad esempio, nella musica,  Max Pezzali è un non artista che ha un grande successo (almeno è simpatico), mentre Umberto Palazzo è un vero artista che però non ha successo, (o almeno non quanto meriterebbe). Nel cinema Tarantino ha talento e ha successo, Guy Ritchie non ha nessun talento e ha successo comunque.
Nel mondo della letteratura, Paolo Roversi non ha talento e ha successo, mentre Federico Ligotti che talento ne ha da vendere non ha l’attenzione che si merita.

Valentina Sutti invece è una regista di grande talento che avrà successo. Fa male vedere prodotti tanto intelligenti come il suo faticare a trovare i finanziamenti per approdare alla grande distribuzione, mentre Fausto Brizzi butta via migliaia di euro in storie banali di nessun interesse artistico. Speriamo solo che i Maya mantengano le promesse e spazzino via questo sistema e tutta questa brutta arte, ristabilendo almeno un po’ i valori in campo. Sì perché di buona arte ce n’ è proprio bisogno, non è un particolare così trascurabile. L’arte è un bisogno primario dell’essere umano, da sempre. È una cosa seria in fondo. Non può essere lasciata in mano solo ai figli di papà, ai furbastri e ai grandi gruppi economici.

Il teaser iniza così: “Zaki, capelli bianchi  e una pancia che sfiora tutto e un volto scolpito, profondo. Nessuno potrebbe dire con esattezza l’eta di questo uomo, dai 50 ai 70. Questo ventennio è l’ultima certezza che abbiamo.”
Io adoro opere narrative di questo tipo, in cui emergono, come dal subconscio, queste immagini, immagini così intime. Nel momento in cui la voce fuori campo ha pronunciato questa frase, io ci sono rimasto di sasso. Si, perché stavo pensando esattamente alla stessa cosa. “Quanti anni avrà questo uomo?”  Come se la voce fuori campo mi stesse leggendo nella testa, come se l’ autrice mi fosse entrata nel pensiero. “Ma come ha fatto?” Va bene leggere nel pensiero, ma considerando che il teaser non è opera teatrale, che quindi viene realizzato inevitabilmente prima della sua proiezione, questo significa che la regista è riuscita a leggermi nel pensiero dal passato. Un virtuosismo!
Il fatto è che nei 15 minuti circa di questa visione di sorprese simili ce ne sono molte.
E poi, altra considerazione:  ma che differenza c’è tra gli attori professionisti e gli attori non professionisti? I ragazzi che prendono parte a questo lavoro sono credibili quanto gli attori più blasonati. D’accordo che come diceva Fulci, un bravo regista farebbe recitare bene anche le pietre ma a me sembra  ci siano nel mondo del cinema in Italia disparità di visibilità che non si reggono effettivamente sul valore. Basti pensare che questo teaser è stato quasi interamente autoprodotto mentre il figlio di Cristian De Sica,  gira filmacci orrendi a budget stratosferici.
Io mi auguro che Valentina Sutti riesca a trovare i finanziamenti per dare ampio respiro al suo progetto, alla sua opera narrativa, che alterna momenti leggeri a momenti molto drammatici, immagini attuali, direi immanenti a immagini universali, archetipe e al di là del tempo, che procede alla frammentazione narrativa per trovare alla fine un unicuum narrativo.
E alla fine, inevitabilmente, ci identifichiamo in tutti i suoi infiniti frammenti.


The Horrors

Ho visto il concerto degli Horrors ai Magazzini Generali e mi é piaciuto. Dirò di più. Mi è piaciuto molto. Partito con aspettative pari a zero, i cinque albionici hanno avuto modo di farmi cambiare completamente idea. Solitamente io resto deluso dai concerti. In moltissimi casi, le band che dietro i loro mp3 sembrano divinità, nel mondo reale si dimostrano ben poca cosa. Un esempio su tutti, i MGMT, che, dal vivo, sono a dir poco imbarazzanti, un gruppo da parrocchia, che un buon team di produttori/markettari ha reso icone della scena electro alternative europea. Non posso proprio dire lo stesso di questo sorprendente gruppo dell’ Essex.
Quando avevano licenziato il loro primo disco, nel 2006, sembravano essere cinque teppistelli interessati più a distruggere le camere d’albergo e a sfondarsi di birra che a suonare la chitarra. E mi piaceva un sacco questa loro attitudine, questa immagine dissoluta in linea con il loro suono Stooges, Ramone o Misfits. Avevo però poi letto della svolta dark new wave dei lavori successivi e a me non convincono mai i gruppi che cambiano genere così allegramente. Avevo quindi comprato il biglietto del loro concerto senza nemmeno ascoltarli. Non mi aspettavo nulla insomma… Poi, la sera prima del concerto, giusto per avere un’idea del loro suono, mi ero piazzato su you tube per ascoltare alcune tracce dell’ ultimo disco. Una schifezza. Suono confezionato e piatto. Mi sono detto, ecco fatto, altri diciotto euro buttati nel cesso. E invece no. Dal vivo i nostri sono tutta un’altra cosa. Il loro suono, per nulla addomesticato dalla produzione che punta a raggiungere un pubblico più vasto (e come al solito raggiungendo l’effetto opposto)è in realtà potente e coinvolgente. La voce del cantante (brutto come Joey Ramone e con i capelli sul volto a nasconderlo proprio come faceva il grande cantante dei Ramones) è credibile ed efficace. Grave e potente, senza orpelli sottolinea i passaggi più lirici della band senza mai strafare. Ma i momenti migliori forse sono state le parti strumentali, lunghe cavalcate elettriche che mi rapivano come non mi succedeva da anni. Mi risvegliavo e sorprendevo a guardarli a bocca aperta mentre suonavano e si dimenavano sul palco. Neanche fossi un adolescente! Mi hanno messo voglia di ritirare fuori dalla soffitta i miei vecchi dischi new wave degli anni 80. Mica poco. Grandissimi Horrors!
Poi sono andato all’arcibellezza a bermi una grappa.

Radiazione cosmica

Un fruscìo un rumore costante tipo una zanzara ma con le ali più grandi, le frequenze basse di un motorino in lontananza, simile ad una stazione radio che non trasmette da anni ad una sega elettrica che taglia alberi secolari e bagnati, una lastra di carta vetro che struscia su un muro grigio e grezzo la gola di un uomo che resta paralizzata mentre si raschia la gola, insomma uno «sccccccccscccccc» costante e continuo, io ti dicevo che era una mia fissazione e che avevo paura di impazzire e tu per farmi contento dicevi che lo sentivi anche tu, che non dovevo preoccuparmi, che quel rumore, quel fruscìo, era il rumore di sottofondo del mondo, allora io ho controllato, sono fatto così non che non mi fidi di te, insomma ho fatto le mie ricerche e ho scoperto che quello che tu chiamavi sottofondo del mondo si chiama diversamente, si chiama «radiazione cosmica dell’universo» ma questo non ha importanza, però sai che da quando l’ho saputo, ecco volevo farti sapere che, in effetti, da quel giorno, io non lo sento più quel rumore e volevo ringraziarti.

Ma tu, invece, dimmi, lo senti ancora?

Il Titolo più bello: risultati finali

Eccoci giunti al termine del sondaggio il titolo più bello. I risultati, sia in termini di partecipazione che di classifica sono stati per noi sorprendenti.

Al primo posto, sovvertendo ogni pronostico è giunto, con il doppio dei voti rispetto al secondo posto, “Il giro del giorno in ottanta mondi” di Julio Cortazar. Titolo incredibilmente suggestivo, ma pensavamo troppo “strano” per vincere. Invece il risultato finale arriva a contraddirci e a confermare che le persone cercano ancora attraverso la Letteratura  il sogno, cercano il viaggio, reale o fantastico che sia, cercano ciò che è surreale e andare, se possibile, oltre il quotidiano.

Al secondo posto a pari merito “Le mille luci di New York” di Jay McInerney che dimostra che la fascinazione per la Grande Mela non tramonta mai e “Chiedi alla polvere” di John Fante, che oltre ad essere un bel titolo è, secondo noi, anche uno dei romanzi migliori del ’900.

Al terzo posto ancora un pari merito: Sono l’enigmatico “Viaggio al termine della notte” del grande Cèline e il geniale titolo “Occidente per principianti” il road movie su carta, dell’unico italiano entrato in classifica, il talentuoso astro nascente, ma ormai anche una realtà della nostra Letteratura, Nicola Lagioia.

Grazie a tutti per i voti e le motivazioni con le quali avete scelto un titolo piuttosto che un altro. A presto con un nuovo sondaggio!

 

Una giornata al mare

Camminavo lungo la spiaggia con i piedi scalzi e non sapevo esattamente quello che avrei fatto dopo, mi piaceva sentire l’acqua coprire i miei piedi e poi lasciarli puliti dalla sabbia certo a vederli cosi non erano proprio dei bei piedi ma io non ho mai capito come si possa dire a qualcuno “hai dei bei piedi” perché i piedi sono brutti sempre si potrebbe dire al massimo hai dei piedi meno brutti della media ma non è possibile che esistano piedi belli perché altrimenti non sarebbero piedi, si potrebbe dire guarda che bel scarafaggio? Magari esistono scarafaggi meno brutti ma non saranno mai belli.

Osservo l’orizzonte il sole sta scendendo e quasi quasi riesco a guardarlo senza socchiudere gli occhi sento solo un leggero fastidio dietro il bulbo oculare ma mi sforzo di fissarlo senza sbattere le palpebre anche se credo che mi verrà un mal di testa forte questa sera se continuo a resistere e m’immagino la palla dell’occhio che deve essere grossa come una palla da biliardo circa e chissà quanto pesa immagino di prenderla in mano e di lanciarla sul mare e farle fare alcuni saltelli-rimbalzi e allora ci provo con il primo occhio ma riesco a farne solo due che è sotto la media che è tre, mentre quattro è già un numero che fa dire cazzo bravo se c’è qualcuno al tuo fianco.

Poiché non avevo calcolato bene il peso di quella palla ed è leggermente scivolosa a causa del liquido vitreo mi è andata male allora provo con la seconda la estraggo dalla mia testa strappo i nervi e le vene che la collegano al cervello come se fossero erbacce (edera?) avviluppate alla mia palla dell’occhio bella gocciolante di sangue e altre sostanze, ma a quel punto mi rendo conto di non vedere niente buio totale e non è facile fare un lancio che stupido sono stato a non pensarci prima ma ormai è fatta ci provo allora tento di ricordare le distanze e lancio la mia palla il mio globo gocciolante con tutta la forza che ho e provo ad ascoltare i rimbalzi sul filo dell’acqua se riesco a fargliene fare più di due è già un buon risultato ma non sento bene un bambino urla mentre gioca io faccio “scccchhh che devo sentire” ma niente non ho capito, erano due o tre di certo, non quattro, ma quattro era impossibile troppo pesante e tonda solo una cosa piatta scivola sulla superficie, allora mi giro e chiedo alle persone ci sarà qualcuno che ha visto? Forse ci sono dei ragazzi, dei genitori, io vedo tutto nero mi giro e grido “quanti rimbalzi ha fatto la mia palla il mio occhio avete visto qualcuno ha visto se ha fatto più di due rimbalzi?”

La passione per la lettura

Il piacere per la lettura è facile perderlo non è una proprietà immutabile che ti resta appiccicata per sempre, basta incontrare per caso o sfortuna o consigli sbagliati, una serie di libri indigesti o che mal si adattano ai propri gusti ne bastano tre o quattro di seguito, libri che non riusciamo a finire e lasciamo sul comodino e ne iniziamo altri sperando di farci conquistare dalla lettura ma niente da fare c’è qualcosa che non va, l’ingranaggio non funziona ogni pagina è fatica, ruvida (carta-vetro), collosa.

Tutto è scritto molto bene sia chiaro ma macchinoso e la differenza non sta nella bravura-tecnica-capacità-di-costruitre-una-trama, io sento che tra me e lo scrittore ecco siamo su due lunghezze d’onda diverse e come se, per dire, fosse possibile stare assieme a tutte le ragazze belle, solo perché sono belle, fosse sufficiente quello, fosse davvero cosi, i problemi sarebbero pochi perché le ragazze belle sono tante (a prescindere dal fattore selezione che mi fa notare solo quelle belle e quelle brutte non esistono sparite dalla vista) ma quello è solo un elemento e poi provi a starci insieme e capisci che non c’entri niente tu e lei e così succede con quegli scrittori che sono bravi e tutti lo dicono ma che a te in fondo che siano bravi non te ne frega nulla.

Tu vuoi qualcuno che ti spinga a vedere il mondo in modo nuovo, vuoi uno scrittore che ti fa alzare dal letto mentre leggi disteso e ti fa camminare per la stanza in mutande avanti e indietro con gli occhi sbarrati e il viso che fa si si su e giù, cazzo questo è scrivere è come una scossa di adrenalina e lo invidi perché nel testo lui fa scorrere la vita e fa scorrere tutto che ciò che avresti voluto essere e che ti fa tornare adolescente quando ancora la tua vita era aperta a mille possibilità e – potevi o credevi – di poter decidere che tipo di vita fare.

Bar di notte

Oggi pubblichiamo un interessante contributo di un nostro lettore che ci ha mandato un breve testo in freewriting. Un testo quasi privo di punteggiatura, molto suggestivo, che sfrutta il freewriting nel migliore dei modi collegando le parole in associazioni cinematografiche. Eccolo:

Article by Alf

Ieri sera ti ho vista in quel bar da sola con quelle gambe lunghe e bianche il sole a Milano che non abbronza e non si sa perché tu lo sguardo di chi ne ha viste di cose testimone involontaria di una vita misera e brutale e io ti sono passato accanto forse hai pensato che ero l’uomo giusto per te con il mio passo sicuro lo sguardo volitivo il fare indifferente e mi guardavi desiderosa sentivo il peso dei tuoi occhi nei miei passi e io elegante come un felino scivolavo non camminavo in quel putrido bar notturno pieno di segatura nel pavimento umido di alcool e vomito e prima che te ne accorgessi mi sono dileguato – sparito – io una figura fumosa chandleriano nel mio incedere da sogno estivo forse causato dalla vodka e dal caldo e dal ghiaccio ma non pensare che non ti abbia notato ho visto la tua malinconia e nei tuoi occhi il riflesso di tutti i sogni infranti.

Che cos’è un intellettuale?

Che cos’è un intellettuale? Filippo non lo sapeva con certezza. Non aveva trovato nessun libro che lo spiegasse.

Uno scrittore è un intellettuale? Certo che no. Filippo conosceva diversi scrittori. Ed era certo che non potessero essere ritenuti degli intellettuali. Per quanto i libri da loro prodotti fossero scritti bene, scorrevoli e avvincenti, il problema erano i loro pensieri.

Si, i loro pensieri sul mondo erano banali, addomesticati, depotenziati.

Poi ci sono i provocatori, quelli che con l’uso della conoscenza evidenziano i conformismi. Vogliono a tutti i costi sorprendere. Ma stupiscono, con le loro idee, soltanto gli incolti o i giovani che facilmente si entusiasmano a contatto con idee controcorrente.

Per Filippo, il provocatore, era solo un egocentrico. Concentrato nel creare un’immagine di sé.

L’intellettuale doveva essere qualcosa d’altro e di più alto. Era sicuro che dovesse parlare alla coscienza dell’uomo, non solo al suo intelletto. Doveva essere estraneo alle ideologie. Smuovere le viscere. Mostrare la bellezza del mondo. Criticare anche, ma soprattutto creare.

Filippo si era immaginato l’intellettuale come una figura mitica. Per lui doveva essere un Filosofo-artista. Quanto gli piaceva l’unione di quelle due parole: Filosofo-Artista. Una chimera.

Per essere un intellettuale, Filippo, da qualche parte doveva pur partire. Allora, aveva pensato di scrivere un manifesto. Nelle ultime settimane avevo scritto decine di pagine.

Erano idee scollegate, appunti. Il titolo provvisorio del suo manifesto era: Uomini 2.0 (ovvero un nuovo modello umano)

Uomini 2.0 (ovvero un nuovo modello umano)

Una nuova classe sociale sta emergendo. La nuova classe emergente è creativa.

Stiamo parlando di scienziati, designer, artisti, scrittori, ingegneri, esperti di marketing, musicisti, hacker e lavoratori immateriali in genere.

Questa nuova classe può portare ad un capovolgimento delle logiche di mercato.

Non si tratta solo di creatività nella produzione ma anche nella gestione della propria vita, si tratta di uomini 2.0

La sperimentazione è un condizione esistenziale necessaria per questi nuovi individui. Fare un esperimento della propria vita stessa.

“Sperimentare significa innanzitutto imparare ad affermare i propri si. Tutti i si propositivi, creativi, coraggiosi energetici, tutti i si che proiettano il nostro potere al di là dei confini, delle resistenze delle prudenze, delle negazioni del risparmio di se, dei vorreimanonposso. Tutti i si che rischiano di buttare all’aria qualcosa per rispondere al richiamo della vita che pulsa e vibra e attende di essere messa al mondo, e che un giorno saremo ferocemente orgogliosi di aver messo al mondo” Franco Bolelli: “Con il cuore e con le palle”

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Di fronte al foglio bianco

Ferruccio Parazzoli, ha scritto un libro tanto disordinato quanto affascinante. Il suo pregio è quello di non essere una manuale di scrittura come tanti, con regole, suggerimenti, consigli ma un flusso di pensieri e citazioni che si incastrano, caotici,  indistinti e frammentari, a volte oscuri più spesso illuminanti.

Ferruccio Parazzoli dall’alto della sua lunga carriera in Mondadori, con tono colloquiale ci guida nel mondo della scrittura e dell’editoria, riflette sul significato di essere scrittori e lo fa sempre in modo colto e originale.

Riporto un brano estremamente interessante, da: Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto, Garzanti  [da pag 24 a pag 26], dove ci indica una via per superare il cosidetto blocco dello scrittore.

Di fronte al foglio bianco: pensare o scrivere?

Le scelte e gli errori: di chi e di che cosa scrivere e perché. Premessa: quando si scrive bisogna puntare il più in alto possibile, in gara con ognuno di quegli autori che sono elencati nella Garzantina di letteratura dalla A alla Z. In gara, non importa dove si arriva.

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Nuovi modi di scrivere

Perché il Free Writing si accorda perfettamente ai nostri tempi? Perché scrivendo tramite questo metodo gli argomenti vengono affrontati per accumulo, di idee, impressioni, suggestioni …  niente svisceramento razionale del tema, il Free Writing procede orrizontalmente, allo stesso modo in cui agisce la mente quando navighiamo sul web.

Come dice Barrico nel suo saggio I barbari. Saggio sulla mutazione” non è corretta l’abitudine di considerare il metodo orrizontale peggiore di quello verticale. E’ diverso. Manca di approfondimento certo, ma permette associazioni di idee e concetti appartenenti a materie anche molto  distanti tra loro, impossibili da cogliere applicando un approccio verticale, cioè approfondendo.

Ma non solo. Quando applichiamo il Free Writing, quello che ne scaturisce è più sincero, immediato, affrancato dai laccioli delle convenzioni, in una parola libero e quindi reale (tutti noi sappiamo quanta fame di realtà abbiamo) perché la mente, per sua natura, procede in questo modo, per salti, per associazioni spesso poco logiche, ma proprio per questo capaci, come dicevo, di invenzioni che la mente razionale non è in grado di offrire. Solo procedendo in questo modo, lasciando la mente libera di andare, questa inizia a volare dentro di noi e a scoprire angoli del nostro io che solitamente non aveva mai esplorato. Possiamo dire che la mente entra in contatto con la nostra anima. È un’esperienza che avolte diventa esaltante, simile alla meditazione. Sono procedure che i geni posseggono innate. Le loro menti si muovono naturalmente in questo modo, spaziano, saltano, non stanno mai ferme (per questo spesso vengono presi per matti). Non a caso, se ci fate caso, le idee per la risoluzione dei nostri problemi, che siano lavorativi, famigliari, o di qualsiasi altra natura, ci vengono sempre nei momenti più insospettabili, proprio quando non stiamo forzando il nostro cervello a ragionare. Sappiamo benissimo che più ti dici “ragiona! ragiona!” meno riuscirai a farlo. Come dicevo i geni hanno queste capacità di “spiegare le ali” innata. Per noi persone normali il free writing può venire in soccorso, insegnandoci a gestire il nostro cervello in modo diverso e non convenzionale. Per questo le regole del Free Writing sono utili per iniziare un metodo che poi diverrà abituale e ben presto non servirà più applicarle in modo scrupoloso. Scrivere nero su bianco i nostri pensieri, registrare la mente mentre “lavora” può essere una grande esperienza in grado di insegnarci molto su noi stessi e mettere in luce qualità che nemmeno noi sapevano di possedere.

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