Per cominciare lanciamo i falafel

Scrivo poco ultimamente. Preferisco leggere, l’attività più gratificante, come suggeriscono i saggi di tutti i tempi.
Non posso però esimermi dal suggerirvi la visione di  “Per cominciare lanciamo i falafel” di Valentina Sutti. Si tratta di un teaser, cioè un assaggio di quello che potrebbe essere il film intero.  Ma voi lo potete vedere come fosse un cortometraggio, perché per quanto abbia la capacità di “suggerire” il film, resta un prodotto godibile di per sé.
La regista ha veramente un talento fuori dall’ ordinario. E non bisogna essere dei grandi critici per riconoscere il talento quando c’è.
Ma prendiamola alla larga. Almeno un po’…
Come dice il critico d’arte Bonami esistono veri artisti che hanno successo e veri artisti che non hanno successo. Poi, ci sono non-artisti che hanno successo e non-artisti che non lo hanno.
Ad esempio, nella musica,  Max Pezzali è un non artista che ha un grande successo (almeno è simpatico), mentre Umberto Palazzo è un vero artista che però non ha successo, (o almeno non quanto meriterebbe). Nel cinema Tarantino ha talento e ha successo, Guy Ritchie non ha nessun talento e ha successo comunque.
Nel mondo della letteratura, Paolo Roversi non ha talento e ha successo, mentre Federico Ligotti che talento ne ha da vendere non ha l’attenzione che si merita.

Valentina Sutti invece è una regista di grande talento che avrà successo. Fa male vedere prodotti tanto intelligenti come il suo faticare a trovare i finanziamenti per approdare alla grande distribuzione, mentre Fausto Brizzi butta via migliaia di euro in storie banali di nessun interesse artistico. Speriamo solo che i Maya mantengano le promesse e spazzino via questo sistema e tutta questa brutta arte, ristabilendo almeno un po’ i valori in campo. Sì perché di buona arte ce n’ è proprio bisogno, non è un particolare così trascurabile. L’arte è un bisogno primario dell’essere umano, da sempre. È una cosa seria in fondo. Non può essere lasciata in mano solo ai figli di papà, ai furbastri e ai grandi gruppi economici.

Il teaser iniza così: “Zaki, capelli bianchi  e una pancia che sfiora tutto e un volto scolpito, profondo. Nessuno potrebbe dire con esattezza l’eta di questo uomo, dai 50 ai 70. Questo ventennio è l’ultima certezza che abbiamo.”
Io adoro opere narrative di questo tipo, in cui emergono, come dal subconscio, queste immagini, immagini così intime. Nel momento in cui la voce fuori campo ha pronunciato questa frase, io ci sono rimasto di sasso. Si, perché stavo pensando esattamente alla stessa cosa. “Quanti anni avrà questo uomo?”  Come se la voce fuori campo mi stesse leggendo nella testa, come se l’ autrice mi fosse entrata nel pensiero. “Ma come ha fatto?” Va bene leggere nel pensiero, ma considerando che il teaser non è opera teatrale, che quindi viene realizzato inevitabilmente prima della sua proiezione, questo significa che la regista è riuscita a leggermi nel pensiero dal passato. Un virtuosismo!
Il fatto è che nei 15 minuti circa di questa visione di sorprese simili ce ne sono molte.
E poi, altra considerazione:  ma che differenza c’è tra gli attori professionisti e gli attori non professionisti? I ragazzi che prendono parte a questo lavoro sono credibili quanto gli attori più blasonati. D’accordo che come diceva Fulci, un bravo regista farebbe recitare bene anche le pietre ma a me sembra  ci siano nel mondo del cinema in Italia disparità di visibilità che non si reggono effettivamente sul valore. Basti pensare che questo teaser è stato quasi interamente autoprodotto mentre il figlio di Cristian De Sica,  gira filmacci orrendi a budget stratosferici.
Io mi auguro che Valentina Sutti riesca a trovare i finanziamenti per dare ampio respiro al suo progetto, alla sua opera narrativa, che alterna momenti leggeri a momenti molto drammatici, immagini attuali, direi immanenti a immagini universali, archetipe e al di là del tempo, che procede alla frammentazione narrativa per trovare alla fine un unicuum narrativo.
E alla fine, inevitabilmente, ci identifichiamo in tutti i suoi infiniti frammenti.


The Horrors

Ho visto il concerto degli Horrors ai Magazzini Generali e mi é piaciuto. Dirò di più. Mi è piaciuto molto. Partito con aspettative pari a zero, i cinque albionici hanno avuto modo di farmi cambiare completamente idea. Solitamente io resto deluso dai concerti. In moltissimi casi, le band che dietro i loro mp3 sembrano divinità, nel mondo reale si dimostrano ben poca cosa. Un esempio su tutti, i MGMT, che, dal vivo, sono a dir poco imbarazzanti, un gruppo da parrocchia, che un buon team di produttori/markettari ha reso icone della scena electro alternative europea. Non posso proprio dire lo stesso di questo sorprendente gruppo dell’ Essex.
Quando avevano licenziato il loro primo disco, nel 2006, sembravano essere cinque teppistelli interessati più a distruggere le camere d’albergo e a sfondarsi di birra che a suonare la chitarra. E mi piaceva un sacco questa loro attitudine, questa immagine dissoluta in linea con il loro suono Stooges, Ramone o Misfits. Avevo però poi letto della svolta dark new wave dei lavori successivi e a me non convincono mai i gruppi che cambiano genere così allegramente. Avevo quindi comprato il biglietto del loro concerto senza nemmeno ascoltarli. Non mi aspettavo nulla insomma… Poi, la sera prima del concerto, giusto per avere un’idea del loro suono, mi ero piazzato su you tube per ascoltare alcune tracce dell’ ultimo disco. Una schifezza. Suono confezionato e piatto. Mi sono detto, ecco fatto, altri diciotto euro buttati nel cesso. E invece no. Dal vivo i nostri sono tutta un’altra cosa. Il loro suono, per nulla addomesticato dalla produzione che punta a raggiungere un pubblico più vasto (e come al solito raggiungendo l’effetto opposto)è in realtà potente e coinvolgente. La voce del cantante (brutto come Joey Ramone e con i capelli sul volto a nasconderlo proprio come faceva il grande cantante dei Ramones) è credibile ed efficace. Grave e potente, senza orpelli sottolinea i passaggi più lirici della band senza mai strafare. Ma i momenti migliori forse sono state le parti strumentali, lunghe cavalcate elettriche che mi rapivano come non mi succedeva da anni. Mi risvegliavo e sorprendevo a guardarli a bocca aperta mentre suonavano e si dimenavano sul palco. Neanche fossi un adolescente! Mi hanno messo voglia di ritirare fuori dalla soffitta i miei vecchi dischi new wave degli anni 80. Mica poco. Grandissimi Horrors!
Poi sono andato all’arcibellezza a bermi una grappa.

Qualcosa che mi sfugge

A me “Dance Dance Dance” di Haruki Murakami non è piaciuto. Ma se lo scrittore giapponese è addirittura in odore di Nobel, c’ è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Poi, ha milioni di fan appassionati in tutto il mondo,  c’è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Un po’ come per Vasco Rossi che a me non piace, ma che se è venerato come un Dio (un dio) da milioni di italiani, c’è sicuramente qualcosa che mi sfugge.
Poi mi viene in mente la famosa frase: “mangiate merda, milioni di mosche non si possono sbagliare”.
Si, perché una frase del genere ti viene in mente, in situazioni come queste, non c’è niente da fare.
Perché non mi è piaciuto Dance Dance Danche di Haruki Murakami?
Perché le considerazioni presenti in questo libro mi sembrano piuttosto normali, pensieri che si possono sentire al ristorante la sera, quando si è un gruppo di amici, con una bottiglia di quello buono sul tavolo ( e vi giuro che non esco con grandi intellettuali…)
E mi torna in mente Vasco Rossi.
Non mi è piaciuto perché l’ho trovato molto ripetitivo.
Non mi è piaciuto perché la trama si sfilaccia e si risolve in un niente. Un niente voluto sicuramente (per creare questo effetto onirico…), ma resta sempre un niente. A me va bene che la trama si sfilacci, ma almeno vorrei considerazioni stranianti, punti di vista nuovi e originali. Se non ci sono questi elementi, almeno che funzioni la trama! Non posso accettare l’assenza di entrambi.
Non mi è piaciuto perché i personaggi sono poco approfonditi (sembrano più dei disegni manga, con tutto il rispetto per i manga), e si muovono seguendo dei clichè.
Nonostante questo, ho finito le 400 pagine piuttosto velocemente.
Come mai, visto che non mi piaceva per nulla?, mi sono chiesto.
Non lo so. Deve essere per qualche cosa che sicuramente mi sfugge.
Voto 2/5

 

Terra di uomini liberi

Ho finito da poco di leggere “Terra di uomini liberi” il primo romanzo della rumena, naturalizzata francese, Liliana Lazar.
Perché l’ho letto? Come mai l’ho scelto in mezzo alla sterimata mole di libri presenti nel mercato? È una domanda che mi sono posto una volta terminato.
Per tre motivi, fondamentalmente.
Primo motivo. La recensione del premio Nobel Le Cleziò nel Corriere della Sera che lo esaltava.
Secondo motivo. L’ambientazione del romanzo: la Romania. Ho visitato circa un anno fa quei luoghi e avevo voglia di risentire i sapori, di rivedere quei paesini rurali persi tra le montagne, persi nel nulla, tra leggende e medioevali superstizioni.
Terzo motivo. Volevo, per la prima volta in vita mia, leggere una storia gotico rurale e questo libro mi sembrava proprio quello che faceva per me.

Il mio giudizio sul romanzo è fondamentalmente positivo. L’ho letto in meno di una settimana, tra impegni vari. Niente male, quindi… scorre che è una meraviglia, ma, come quasi sempre succede, c’è una sproporzione evidente tra la prima parte e la seconda. Mi è tornato in mente Shilds quando parla dei rumori degli ingranaggi narrativi. Nella seconda parte del libro questi rumori si fanno sempre più evidenti. Se nelle prime pagine la scrittrice sembra andare a briglie sciolte e i personaggi hanno un’energia magnetica che tiene il lettore incollato alla pagina, successivamente, proprio per l’esigenza di dare ordine alla “storia” e di arrivare ad una conclusione narrativamente accettabile, la scrittrice addomestica la vicenda, sottraendone di conseguenza l’energia creativa. Considerando ad ogni modo che è il suo primo libro mi sento di consigliare (ci sono momenti in cui si ha bisogno di leggere storie non troppo dense e impegnative)  questa movimentata favola gotica.

Voto 3/5

Il Titolo più bello: risultati finali

Eccoci giunti al termine del sondaggio il titolo più bello. I risultati, sia in termini di partecipazione che di classifica sono stati per noi sorprendenti.

Al primo posto, sovvertendo ogni pronostico è giunto, con il doppio dei voti rispetto al secondo posto, “Il giro del giorno in ottanta mondi” di Julio Cortazar. Titolo incredibilmente suggestivo, ma pensavamo troppo “strano” per vincere. Invece il risultato finale arriva a contraddirci e a confermare che le persone cercano ancora attraverso la Letteratura  il sogno, cercano il viaggio, reale o fantastico che sia, cercano ciò che è surreale e andare, se possibile, oltre il quotidiano.

Al secondo posto a pari merito “Le mille luci di New York” di Jay McInerney che dimostra che la fascinazione per la Grande Mela non tramonta mai e “Chiedi alla polvere” di John Fante, che oltre ad essere un bel titolo è, secondo noi, anche uno dei romanzi migliori del ’900.

Al terzo posto ancora un pari merito: Sono l’enigmatico “Viaggio al termine della notte” del grande Cèline e il geniale titolo “Occidente per principianti” il road movie su carta, dell’unico italiano entrato in classifica, il talentuoso astro nascente, ma ormai anche una realtà della nostra Letteratura, Nicola Lagioia.

Grazie a tutti per i voti e le motivazioni con le quali avete scelto un titolo piuttosto che un altro. A presto con un nuovo sondaggio!

 

Dio Ingannatore

Come dice la madre del protagonista di questo romanzo, devono accadere due cose brutte prima che accada una cosa bella.
Io quindi ho dovuto leggere due romanzi brutti, di autori tra l’altro blasonati e molto publicizzati, prima di imbattermi in questo intelligentissimo romanzo di Maurizio Asquini. Si intitola “Dio Ingannatore”, della Caputo Edizioni e so che questo titolo ha suscitato molteplici reazioni di protesta da parte di molte persone che hanno sentito offeso il loro spirito religioso. Probabilmente nessuno tra queste persone ha letto veramente o capito il libro, nel quale nulla di offensivo verso la religione è presente, Anzi! A ben vedere io ci ravviso una sorta di pietas, da parte dell’autore, verso uno dei protagonisti, macchiatosi dei peggiori reati nella storia delll’umanita. Un portentoso esempio di perdono, una delle massime espressioni virtuose della religione cattolica cristiana.
Fortunatamente non tutti si sono fermati superficialmente al titolo, ma hanno approfondito il testo; prova ne è il numero di premi e riconoscimenti letterari che ha ottenuto.
Il libro è proprio di quelli che piacciono a me. Nascosto tra le crepe di una scrittura semplice, fintamente infantile si nasconde il profondo mistero della vita, le sue ineffabili contraddizioni, il suo mistero insondabile per noi umani. Una storia che prende l’avvio in modo apparentemente convenzionale, ma via via si trasforma in qualcosa di bizzarro, affascinante, di straniante anche, proprio per il particolare e originalissimo rapporto che si instaura tra i due protagonisti (un ex gerarca nazista e un ragazzino con problemi cognitivi) che ti tiene incollato alle pagine fino alla fine. Un libro che inizialmente sembra piano, intimo, ma lentamente acquista una forza dirompente, rivoluzionaria direi. Da minimalista a massimalista. Per certi versi ha una potenza religiosa, si. Consiglio fortemente la lettura di questo libro, che oltre ad essere scorrevole e molto piacevole nella lettura ha una qualità tipica dei romanzi intelligenti. Dopo che lo hai chiuso, resti a guardare fuori dalla finestra e a riflettere per un po’ di tempo…

Elogio della brevità?

Si fa un gran parlare ultimamente della lunghezza dei racconti, della lunghezza dei romanzi e dei post e degli articoli nel nuovo millennio. Tutti sono abbastanza d’accordo che la tendenza è la brevità. Tutto si contrae per vari fattori, ma sostanzialmente per due ragioni: la prima è l’incapacità della mente umana ormai sollecitata da mille stimoli, dai link, dalle immagini, di concentrarsi su un unico testo; la seconda è la scomodità di leggere sul pc e quindi la perdita di attenzione che sopraggiunge inevitabilmente prima.

Ci sono però nuovi elementi che potrebbero far mutare questa previsione. I monitor stanno migliorando sempre più, l’ipad che tra poco invederà il nostro mondo in modo massivo, è un e-reader a conti fatti, in grado di sostituire addirittura le pagine di carta. Il problema dell’usabilità mi sembra già, se non a breve, superato. E una volta risolto questo problema, potrebbe tornarci la voglia di leggere articoli e post più lunghi e elaborati. Non nego che ogni tanto, quando mi imbatto in un testo online, relativo ad uno dei miei argomenti-ossessione, più sostanzioso della norma, provo una leggera eccitazione mentre mi accingo a leggere, come se il mio cervello dicesse: “oh, finalmente qui ho più informazioni, ho un approfondimento maggiore e tutto nella tessa pagina…” Sono stanco di tutti questi spizzichi e bocconi, accidenti. Ogni tanto avrei voglia che gli argomenti fossero sviscerati per bene in un unico articolo.

Altra considerazione tipica: gli anni 10, saranno gli anni del racconto e della fine del romanzo. Chi ha voglia più di sciropparsi romanzi di 400 pagine e rotti? Nessuno più riesce a mantenere l’attenzione e stare incollato ad una storia per così tante pagine. Ebbene Maximo Chehin, noto autore di racconti in questo articolo , afferma esattamente il contrario: il racconto, essendo un concetrato di idee, di caratteri, di storie, andando all’osso, non diluendo nulla, presuppone una concentrazione notevole, un’attenzione che i lettori di questo millennio non hanno più. Paradossalmente quindi è più facile leggere distrattamente, senza troppa fatica, le pagine semplificate, più lente, “annacquate” in senso buono, di un bel romanzone.

Questa considerazione mi fa venire in mente Umberto Eco che in passato aveva tentato di riproporre i tre moschettieri in versione semplificata, tagliando quindi le lunghe descrizioni e digressioni che in apparenza non aggiungevano nulla alla bellezza della storia con il risultato di ottenere un libro, come da lui ammesso, senza alcuna suggestione, completamente mutilato del suo fascino. Altro che less is more…

Long Island è a sud di Atene

Recensione di Barbara Usanza

Ho letto Sag Harbor di Colson Whitehead in Grecia, ospite nella casa al mare della famiglia di mio cognato. La prima cosa che ho notato è stato un fenomeno che io ho interpretato come qualcosa di magico o un segno del destino, cioè man mano che leggevo la colla si staccava dalle pagine appena lette e io le conservavo nel risvolto di copertina. Mia sorella più pragmatica mi ha fatto notare che probabilmente era per via del caldo, del vento e dell’acqua salata ma soprattutto per l’edizione Mondadori, conferendo a questa osservazione un connotato sarcastico-politico degno delle migliori teorie complottistiche, alla faccia del pragmatismo.

Le mie giornate si svolgevano in gran parte in questa casetta con giardino in una cittadina di mare a 50 chilometri a sud di Atene, il mare degli ateniesi insomma, diviso in due dalla superstrada, lato mare i villoni dei ricchi e un bel resort, lato interno le casette di famiglia della gente normale.

Il primo giorno non sono andata al mare, mia sorella e mio cognato passano l’estate lì ma non ci vanno mai e trascorrono il tempo tra giardinaggio, lavoretti vari e filosofie. L’unico ad andarci è mio nipote tredicenne con la sua compagnia di ragazzi del luogo, e io lo invidio tantissimo perché parla italiano e greco e pure con l’inglese se la cava alla grande, forse meglio di me. Un giorno li ho incrociati nella spiaggetta più vicina alla nostra casa, quella fica con il baracchino lounge, ero al banco per prendere una bottiglia d’acqua ed è arrivato mio nipote che mi ha chiesto se avevo 60 centesimi che gli mancavano per comprare non so cosa, io gli ho dato un euro e mi sono commossa, e ho capito di essere diventata vecchia.

Altro episodio che mi è rimasto impresso è stato quando stavo uscendo di casa per una passeggiata insieme a mia sorella e abbiamo visto mio cognato che camminava a testa bassa e con aria sconsolata e quando gli ho chiesto da cosa derivava questo sconforto mi ha risposto “eh, stavo andando a comprare le sigarette ma è arrivato quello lì e mi ha portato via tutti i soldi”, riferendosi sempre al vero protagonista di questa storia, Alexis, suo figlio, mio nipote.Gli ho dato 3 euro, lui si è commosso e io ho sentito di avere una famiglia.

Se vi state chiedendo che cosa ha a che fare tutto questo con Sag Harbor di Colson Whitehead vi dico che quella vacanza non sarebbe stata la stessa senza Sag Harbor, e Sag Harbor non sarebbe stato lo stesso senza quella vacanza, e io che amo meravigliarmi (e lo consiglio a tutti voi, si può, fidatevi),  non ho potuto non entusiasmarmi di fronte alla coincidenza di seguire parallelamente la storia di Benji, quindicenne afroamericano che vive a Manhattan e si trova a trascorrere la sua prima estate solitaria in compagnia del fratello nella casa al mare che fu dei nonni nel Suffolk, zona popolare di Long Island e la storia di Alexis, che abita la casa al mare in Grecia che fu del nonno e la sua vita , fatta di strada e incontri e piazze, che raramente un tredicenne ha l’occasione di vivere in una grande città.

La fine della strada di Barth

Anche se si discosta leggermente dal concetto di Free Writing puramente inteso, voglio consigliare un libro, che ho terminato di leggere da poco: “La fine della Strada” di John Barth, uno dei padri della letteratura post moderna americana. Ci tengo subito a precisare che in questo libro mancano tutti gli artifici tipici di questo movimento letterario. La fine della strada è più di impostazione classica, per quanto, in contro luce, già si possono intravedere i germi di quella che sarà la cifra stilistica di questo grande autore. Consiglio il libro per la sua eleganza, la scorrevolezza, la sua intelligenza e il perfetto equilibrio tra le raffinate considerazioni filosofiche e la trama, che comunque funziona ed è avvincente. Non è facile trovare entrambi gli elementi in un unico libro. Come ho avuto modo di affermare più volte, non considero la trama essenziale, soprattutto se in nome di questa  l’autore sacrifica qualsiasi altro elemento. Non mi piaccciono i libri di pura trama perché in realtà quasi mai mi stupiscono, si riducono nella stragrande maggioranza dei casi in meccanismi narrativi scontati. Quello che fa la differenza e rende il libro unico è la voce dell’autore, il suo punto di vista. In questo consiste la sua originalità. in John Barth la trama esiste. L’autore ci ha lavorato, si capisce, ma non è centrale. E’ strumentale alla creazione di un’ opera d’arte: il suo romanzo appunto, un insieme di elementi che funzionano bene tra loro.

Lo stile di scrittura è misurato, pensato, nessun flusso di coscenza che va a scandagliare gli anfratti più reconditi della nostra mente, ma comunuqe  il libro contiene molto elementi di straniamento. Come diceva giustamente un critico in tv, di cui non ricordo il nome, “quello che rimprovero ai giallisti italiani è l’ assenza assoluta dell’elemeno straniante,  essenziale nella letteratura. E’ come se i giallisti italiani fossero degli alunni molti disciplinati che fanno bene il loro compitino, ma alla fine della lettura, manca sempre qualcosa… il sogno, l’ inaspettato, lo straniamento” Ecco, questo non succede nel libro di John Barth. Bastino due scene a rappresentarlo. Nella prima, il protagonista, il professore Jacob Horner, una sera si siede su una panchina e si paralizza. Non riesce più a trovare motivazioni valide per alzarsi. Gli capita uno di quei momenti che tutti hanno vissuto nella propria vita: la perdita di senso. Improvvisamente nulla ha più senso. A tal punto, che non trova più ragioni per alzarsi e continuare la vita di ogni giorno. Passerà l’intera notte su quella panchina, come un barbone. Questo si, che è straniante, vero? Altro esempio: Jacob con la giovane amante, mentre rientrano a casa di lei, una sera, vedendo la luce della camera del marito accesa,  propone alla ragazza di spiare il marito, perché, le spiega, lui adora guardare le persone che credono di essere sole e “non osservate”. Sporgendosi alla finestra vedono il marito, un prestigioso professore universitario, marciare in camera sua e provare passi militari. La moglie era completamente all’oscuro di questa passione dell’uomo per le parate militari… e questo? Non è straniante?

Self Publishing e recensioni

E chi l’avrebbe mai detto? La recensione si posiziona al centro del nuovo mercato editoriale. E la sua importanza crescerà sempre di più, se i libri a breve non dovranno più attendere di essere valutati da un editore (spesso autoproclamatosi esperto) per vedere la luce, ma verranno subito auto pubblicati dall’autore entrando immediatamente nel mercato. Saranno poi le valutazioni dei lettori, le recensioni appunto,  a decretarne il successo o meno. Se il libro è buono, le recensioni positive  ne condizioneranno la visibilità. I libri in Self Publishing, entreranno nelle community dei lettori e lì si muoveranno, compariranno nelle classifiche dei libri meglio recensiti, nelle classifiche dei libri più scaricati, nelle classifiche dei libri più venduti. Questo ovviamente, se avranno i numeri per farlo.
E’  simile a quello che offre ilmiolibro.it, anche se al momento ilmiolibro.it propone solo il servizio di pubblicazione cartacea e ad un prezzo troppo elevato. I costi possono essere ancora inferiori in realtà. Un libro di 150 pagine in versione cartacea, può essere venduto a 5.00 euro grazie alla tecnologia attuale. Inoltre, è essenziale integrare l’offerta con gli ebook. Ogni libro deve in questo momento offrire la doppia opzione: libro cartaceo print on demand e ebook. Simplicissimus può essere un buon modello. Però in questo caso il problema è opposto: è necessario aggiungere il print on demand. Tra qualche anno probabilmente non sarà più necessario ma al momento in Italia è indispensabile (quanta gente ha un ereader in italia?)
Ad ogni modo, ebook o libro cartaceo che sia, ciò che spingerà in alto le vendite di un libro sarà il passaparola tramite le community e i social network. Saranno le care vecchie recensione, ma non più quelle dei vecchi tromboni pseudointellettuali chiusi nelle loro torri d’avorio completamente estranei al mondo circostante. Saranno le recensioni di tutti noi. Le mie e le tue recensioni.  Prepariamoci tutti a scrivere recensioni, a consigliare gli acquisti. E’ una forma più democratica, no?

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